Quanto è profondo il pozzo?

Vengo a conoscenza grazie a questo sito di un breve colloquio dove, ascoltandolo, si ha la strana impressione di star precipitando sempre più in fondo, là dove tutto è più buio.
Per questo mi chiedo ma questo pozzo l'avrà pur una fine, o no?
Mi verrebbe da ridere se non fosse che ho dimenticato dove ho messo la fune.
L'otto marzo

Si lo so, l’otto di marzo era ieri, ma che ci posso fare... la Tortuga è un animale lento ed arriva sempre in ritardo. Questo però non vuol dire che non si possa “commemorare” la giornata dedicata alla donna. La grande festa delle donne.
E che c’è di meglio di proporre un’ intervista (di due anni addietro) ad Alessandra nucci, una femminista ribelle doc?
Dunque è ancora femminista?
Lo sono se femminismo vuol dire difesa della donna, se guarda alla verità e non all'ideologia. Ma il femminismo è pesantemente ideologico: si presenta come un orizzonte indiscutibile, ci rifila un sacco di imposizioni surrettizie, e soprattuto ha fatto sparire ogni alternativa. Le ragazze oggi non riescono neppure a immaginare che possa esistere un modello di donna diverso da quello imposto dalla mentalità dominante.
Non è un po' esagerato?
No. E non si tratta neppure della spontanea diffusione di una mentalità, ma di un progetto preciso, che ha al proprio servizio le agenzie internazionali addirittura. Lei ha mai sentito parlare del Comitato di monitoraggio per l'applicazione del trattato Cedav?
No. Onestamente, neppure del trattato.
Appunto. È un trattato delle Nazioni Unite sulle pari opportunità. E il Comitato di monitoraggio svolge un'opera attivissima e pressoché ignota. Ma efficacissima: chi si oppone a un'agenzia Onu che accusi uno Stato di discriminare le donne? E così si sviluppa uno Stato-balia planetario, che dolcemente ci abbraccia per dirci come dobbiamo pensare.
E come dobbiamo pensare?
Secondo una linea che lega il femminismo non alla difesa delle donne, ma al controllo delle nascite. Tutta la cosiddetta liberazione della donna si traduce alla fine in questo: nella "liberazione" dalla maternità, ossia nel suo rifiuto, prima culturale (l'idea tenacemente promossa che la maternità sia una sorta di handicap) e poi pratico.
Per quale motivo?
Qui andiamo lontano. Le origini del rifiuto della maternità sono da ricercare in un certo ambientalismo che considera l'uomo non lo scopo della creazione, ma il suo nemico. Che rifiuta l'idea dell'uomo come immagine e somiglianza di Dio, dotato di ragione e libertà, per farne un semplice prodotto dell'evoluzione: è quest'ultima il vero signore della terra, al quale gli uomini si devono sottomettere.
Naturalmente la Tortuga precisa che è assolutamente dalla parte delle donne.
Precetti

Secondo : Esercitati con dedizione.
Terzo: Studia tutte le arti.
Quarto : Conosci anche gli altri maestri.
Quinto : Distingui l’utile dall’inutile.
Sesto : Riconosci il vero dal falso.
Settimo : Percepisci anche quello che non vedi con gli occhi.
Ottavo : Non essere trascurato neppure nelle minuzie.
Nono : Non abbandonarti in attività futili.
Miyamoto Musashi (1584-1645)
Ovvero?

La rete è piena di fatti curiosi e strani, uno di questi ha incontrato la curiosità della tortuga. Grazie a questo blog si apprende che le previsioni meteo di repubblica sono un pò ambigue, questa la previsione per il 16 febbraio :
"La discesa di aria fredda che negli ultimi giorni ha interessato la nostra Penisola, sta lentamente transitando verso est. Masse d'aria artica, entro la profonda saccatura ,sono state pilotate sul bacino del Mediterraneo, causando una diffusa instabilità in particolare al Sud e sulle regioni adriatiche con nevicate sino a quote di pianura o bassa collina...."
Pilotate? Cioè? Bho.
Naturalmente l’errore è stato prontamente segnalato e corretto:
"...Temperature che subiranno un sensibile calo, a causa dell'intrusione fredda da est, con gelate diffuse in nottata e nelle prime ore del mattino sia in montagna che in pianura. Da giovedì un miglioramento è atteso anche sulle adriatiche ed al Sud, anche se tuttavia una blanda variabilità persisterà, alimentata dalle correnti nord orientali pilotate dalla depressione in allontanamento verso i Balcani."
Cavolo però, un pò più di attenzione sulle parole da usare... non si può mica spaventare la gente in questo modo.
Intermezzo tragicomico, detto anche intermezzo elettorale

Signori e signori (addirittura al plurale!) ci siamo. Finalmente il gran giorno è arrivato, sembrava non dovesse arrivare mai, ma invece eccoci qua. Di che parlo? Ma ovviamente delle elezioni regionali sarde, anzi sardissime, tanto da far gola quasi in maniera esagerata alle forze partitiche nazionali.
In questo ultimo periodo abbiamo assistito alla passerella di quasi tutti quelli che contano(?) nel paronama politico Itagliano, con i vari servitori e lingualunga al seguito, senza dimenticare (come potremmo) le immancabili forzedellordine (tuttoattaccato)che si divertivano, o meglio, facevano il loro dovere volteggiando nell’aire con mezzi detti elicotteri per controllare la situazione o se per caso potevano avere la fortuna di intravedere qualche residuo di bandito anni ’60 o ‘70.
Vedendo aimè per loro, solo cortei di operai chimici ed agricoltori, chimici pure loro. Naturalmente questi mezzi detti elicotteri producevano un suono molto caratteristico e semi-continuo, tanto da provocare una certa allergia e quasifastidio agli orecchie dei più sensibili.
Ma dicevo, finalmente le consultazioni popolari(?) si sono chiuse oggi alle 15 ora locale, l’odio e l’astio della appena trascorsa campagna elettorale lasceranno il posto (si spera entro domani, ma ne siamo quasi certi) al giubilo del vincitore e dei suoi supporter.
Quindi tutto bene quel che finisce bene, il servo pastore (ormai quasi senza pecore, che fa troppo arcaico)ha scelto il suo nuovo padrone (addirittura!)che sarà ben felice, non abbiamo dubbi, di traghettare l’isola verso un florido sviluppo e benessere, e manco a dirlo, nella modernità.
Ora si attende solo il nome, e la tortuga nella sua infinita bontà non mancherà di farlo sapere anche a chi poco gliene frega.
Chiuso intermezzo.
Quali armi?

Chiedersi certe cose potrebbe anche apparire superfluo. Se una persona viene ammazzata con una mazza di legno o con una perfetta lama da samurai non cambia la questione, la persona è morta. Di omicidio si tratta.
Eppure penso che una qualche rilevanza lo possa avere, se non altro per sapere se bisogna aggiungere un altro motivo a quelli già noti, e capire se con l’incastro di un nuovo elemento il disegno si vede meglio, o addirittura cambia.
"All’ospedale Al-Chifa, di Gaza, noi non abbiamo visto delle bruciature al fosforo, nè feriti per bombe a munizione. Ma abbiamo visto delle vittime e abbiamo tutte le ragioni per pensare all’uso nuovi tipi di arma, sperimentate dai militari americani, conosciute con l’acronimo DIME (Metallo denso inerte esplosivo)" hanno dichiarato i medici.
Piccole boccette di carbone contenente una lega di tungsteno, cobalto, nikel o ferro, hanno un enorme potere esplosivo che si dissipa nel raggio di 10 metri. "Ma a 2 metri, il corpo è spezzato in due; a 8 metri, le gambe sono tagliate e bruciate. Noi non abbiamo visto i corpi sezionati, ma abbiamo visto molti amputati. Ci sono stati alcuni casi simili in Libano nel 2006 e a Gaza nello stesso anno, durante l’operazione israeliana ‘Pioggia d’estate’. Alcuni esperimenti su dei topi hanno dimostrato che queste particelle restano nel corpo e sono cancerogene" hanno spiegato.
Un medico palestinese, intervistato domenica da Al-Jazira, ha parlato della sua impotenza in questo caso : "Non hanno alcuna traccia di metallo nel corpo, ma delle strane emorragie interne. Un materiale brucia le loro vene e provoca la morte e noi non possiamo fare niente". Secondo la prima équipe di medici arabi autorizzata a entrare nel territorio e arrivata venerdì da sud, nell’ospedale di Khan Younès, sono stati accolti decine di casi di questo tipo.
I medici norvegesi, sono stati obbligati -dicono- a testimoniare su ciò che hanno visto, in assenza a Gaza di tutti gli altri rappresentanti del "mondo occidentale" : "Può essere che questa guerra sia il laboratorio dei fabbricanti di morte ? ...”
Magari un laboratorio di esperimenti atti a testare armamenti per una non tanto lontana rivolta globale?
Solo domande, nessuna risposta.
PORCOPOLI
Mi scuserà il malcapitato lettore se qualche volta mi lascio trascinare nelle nebbie localistiche dell' identità nazionale.
"In quanto isola, situata al mediterraneo e quindi lontana dal continente; in quanto regione scarsamente popolata e priva di rilevanti insediamenti produttivi; in quanto gruppo etnico culturalmente autonomo e quindi “resistente”alla colonizzazione e alla integrazione; la Sardegna si presta, oggi come ieri, a essere utilizzata dalla classe al potere come aerea di servizi di bassa forza. In tale utilizzazione, la Sardegna, nei confronti delle altre regioni, detiene certamente un non invidiabile primato.
La nostra isola è stata ed è, in pratica un serbatoio da cui i dominatori attingono manodopera a basso costo, ascari per le guerre, ascari per la polizia, serve per le famiglie borghesi; da cui si rapina tutto ciò che può essere rapinato del patrimonio naturale.
Un serbatoio in cui vengono “versati” funzionari corrotti e beceri, oppositori politici e delinquenti comuni, comunità di colonizzatori, truppe speciali per la sperimentazione sul vivo dell’antiguerriglia, basi militari con armi nucleari, industrie sporche..... porcopoli."
Da : Quali banditi? Controstoria sulla società Sarda, vol I – Ugo dessy
Il Fornetto
Dire che a Gaza si sia usato il famigerato e luminoso fosforo bianco sulla popolazione forse è esagerato, del resto non ci sono prove certe (?). E se qualcuno dicesse che a Gaza probabilmente si è fatto uso di armi a microonde, sarebbe ugualmente esagerato e fuori dalla realtà?

Armi a microonde a Gaza, ipotesi o immaginazione
Fernando Termentini, 21 gennaio 2009
A Gaza le operazioni militari sono state caratterizzate da episodi tattici di combattimento degli abitati come ormai avevamo dimenticato dalla fine del secondo conflitto mondiale, a stretto contatto con la popolazione civile e in zone densamente abitate. In queste condizioni utilizzando munizionamento a caricamento speciale come gli ordigni illuminanti caricati con il fosforo bianco, diventa difficile gestire la ricaduta al suolo delle gocce incandescenti, concentrandole su obiettivi areali come, ad esempio, un bunker o una postazione avversaria.
In queste condizioni, quindi, si potrebbe verificare che qualcuno o qualcosa possa essere colpito da fosforo che brucia e che non è possibile spegnere con l’acqua. In questo caso però le parti di materiale che brucia lascerebbe tracce profonde su qualsiasi cosa venisse a contatto.
Le immagini che sono arrivate dal teatro di guerra non confermano in maniera incontrovertibile queste ipotesi(?), né lasciano pensare a un uso estensivo e generalizzato di fosforo bianco né contro i combattenti né contro la popolazione palestinese(?).
Se, invece, come sembra, molti dei feriti e molti cadaveri presenterebbero (la forma ipotetica è d’obbligo non disponendo di riscontri certi) lesioni la cui origine non è sicura e non riconducibile a quelle provocate dalle armi normalmente utilizzate, come vaste bruciature, tessuti scarnificati e mummificazione dei tessuti molli, allora si potrebbe pensare che forse siano state utilizzate ancora armi a microonde e/o al plasma.
Strumenti che dovrebbero essere stati sperimentati in Iraq, in Libano e forse anche in occasione della prima guerra del Golfo, contro le truppe irachene in fuga da Kuwait City. Armi che invece dei proiettili sparano fasci di energia più o meno potente. Sistemi a suo tempo studiati e realizzati per conto dell’amministrazione americana fin dai tempi della presidenza Clinton per disporre di efficaci dispositivi anti-sommossa non letali (l’arma Sceriffo costruita dall’industria americana Raytheon), successivamente trasformate in vere e proprie armi offensive agendo sulla potenza irradiata.
La materia colpita da queste armi perde istantaneamente tutta la componente liquida e si accartoccia diminuendo di volume. Fenomeno che aumenta in maniera esponenziale quando l’obiettivo è un uomo. Cadaveri rimpiccioliti con i tessuti molli mummificati, le parti ossee scollate e gli indumenti praticamente indenni. Condizioni che hanno caratterizzato molti cadaveri trovati a Falluja dopo i combattimenti casa per casa e in Libano nel corso della guerra del 2006.
A Gaza, peraltro, sembra che la scorsa estate, organi istituzionali della Sanità palestinese, riferendosi alla tipologia delle lesioni di molti feriti fra i manifestanti, hanno ipotizzato l’uso da parte degli israeliani di armi non convenzionali. In quella occasione si parlò seppure in modo superficiale di persone con gravi effetti ustionanti, con feriti o cadaveri quasi fusi con muscoli e organi interni distrutti. Di fatto, tessuti prosciugati dell’acqua, come avviene sulle sostanze organiche sottoposti all’azione delle microonde.
Sistemi del tipo la pistola Taser capace di uccidere a otto metri di distanza irradiando energia elettrica di oltre 60.000 volt, diffusissima in Usa e anche in Francia. Armi corte che nei combattimenti negli abitati, negli spazi stretti, nei cunicoli, nei locali sotterranei e di notte potrebbero essere molto più efficaci rispetto alle armi convenzionali.
Molto più sicuri anche per chi le ha in dotazione, in quanto si abbatte il rischio dei colpi di rimbalzo ricorrente quando si opera in locali stretti e circondati da mura, pericolosi anche per le truppe amiche. Sistemi sicuramente più selettivi nella scelta del bersaglio rispetto ad armi leggere automatiche o a bombe a mano offensive.
Un’ipotesi di cui si è già scritto in occasione della guerra in Libano e forse più condivisibile sul piano tecnico rispetto a ipotesi che invece fanno riferimento all’uso generalizzato per scopi offensivi di munizionamento al fosforo bianco.
Fonte: Pagine di Difesa
P.S. Alla Tortuga, essendo con poche certezze e parecchio dubbiosa e incerta, ogni tanto gli capita di far uso a sproposito dei punti di domanda. (?)
Serve parlare?
L’intenzione era di scrivere una piccola introduzione per la frase che appare qui sotto, e in verità l’avevo pure scritta, ma una volta riletta, l’impulso è stato quello di cestinarla, e a l’impulso è seguita l’azione una volta che le letture sono diventate tre, purtroppo neanche la mole sempre più in crescendo di tabacco fumato riesce oggi ad accendere il cervello della tortuga. Per cui chiedo perdono, ma alla tortuga mancano le parole.
Perchè di fronte a tutto questo è ancora utile parlare?

Noi pensiamo che sia utile, sì, che forse non fermeremo le bombe e che la nostra parola non si trasformerà in uno scudo blindato per impedire che quella pallottola da 5,56 o 9 mm con le lettere IMI, Industria Militare Israeliana, incise alla base della cartuccia, colpisca il petto di una bambina o di un bambino, ma forse la nostra parola riuscirà a unirsi ad altre parole nel Messico e nel mondo e magari dapprima diventerà un sussurro, poi si farà più forte e infine si trasformerà in un grido che si farà sentire fino a Gaza. "
Non solo Israele
Scandalo assoluto
24/11/2008
K. Selim
Gaza è strozzata, affamata… Ban Ki-Moon e l’UNRWA sono preoccupati, i paesi arabi fanno il minimo. Si tratta di una repulsione silenziosa che abbraccia l’opinione pubblica di tutto il mondo arabo.
Perché denunciare Israele, nemico dichiarato dei palestinesi, quando gli stati arabi assistono, in un silenzio complice, allo strangolamento degli abitanti di Gaza ? Come giustificare, nel nome del rifiuto della « politica della sedia vuota », che Mahmoud Abbas incontri Ehud Olmert mentre Gaza è nell’assoluta precarietà ? La differenza politica sostanziale che esiste tra Fatah e Hamas non può far accettare che il capo ufficiale dell’Autorità palestinese se ne infischi delle sofferenze dei palestinesi per partecipare a un ennesimo incontro che non porta a nulla, che non impedisce a Israele di rompere unilateralmente la tregua con un raid su Gaza e che non determina nulla in merito alle estensione delle colonie. Di cosa può parlare – la parola negoziazione è così fuori contesto - Mahmoud Abbas con Ehud Olmert ? Della maniera di indebolire Hamas ? Se è così, la deriva raggiungerà limiti intollerabili.
Perché non si tratta di Hamas e della sua organizzazione politica o delle sue scelte. Si tratta invece dei palestinesi di Gaza, dei bambini, delle donne e degli uomini che rischiano di morire di fame e per assenza di cure. Non c’è più spazio per la politica in condizioni in cui il diritto elementare alla vita è minacciato. E c’è ancora meno spazio per gli incontri di compiacenza tra i responsabili diretti della situazione intollerabile imposta ai palestinesi di Gaza. C’è forse qualcosa di più ridicolo del sapere che l’Autorità palestinese ha acquistato degli spazi pubblicitari sui giornali israeliani per vantare il piano di pace arabo ?
L’attitudine dei responsabili arabi, nei quali bisogna includere senza esitazione la fantomatica Anp, è un scandalo assoluto. E’ strano constatare che Mahmoud Abbas parli di elezioni, mentre l’urgenza assoluta è di combattere la minaccia di morte che piomba su Gaza. E’ intollerabile apprendere che, secondo il giornale kuwaitiano Al-Seyassah, alcune monarchie del Golfo, potrebbero fornire un’assistenza di 290 miliardi di dollari agli Stati Uniti per aiutarli ad affrontare la crisi finanziaria, senza sentir dire che il bicchiere della barbarie a Gaza è ormai colmo. Fin dove arriverà il mondo arabo ? Perché l’Egitto, come vorrebbe tutta la sua popolazione, non rompe l’assedio criminale che è stato imposto ai palestinesi ? Cosa temono ? Di cosa hanno bisogno ? Quale copertura migliore delle dichiarazioni del sotto-segretario generale dell’Onu incaricato del coordinamento degli affari umanitari, John Holmes, che ha definito inaccettabili « le misure che aumentano le difficoltà e le sofferenze della popolazione civile della striscia di Gaza e che, come tali, devono cessare immediatamente » ?!
In realtà non ci sono parole per giustificare l’atteggiamento degli arabi…
Fonte: Bil'in, Le Quotidien d'Oran
Parole/3

Come disse il “buon” Gustav le parole hanno un grandissimo potere, che se usate con “cura” possono non solo modificare un pensiero ma crearlo e incanalarlo in una determinata direzione, va da sè che questo potere bisogna saperlo maneggiare, non è una cosa che si improvisa di certo ( o si?) e per questo che apprendisti stregoni, moderni e non, studiano giorno e forse pure la notte come cambiare le carte in tavola, per usare un termine leggero.
Le guerre sono un esempio abbastanza logicamente lampante, e non fa eccezione alcuna, e ci mancherebbe, lo sterminio palestinese, trasformato in conflitto per la soppravivenza dell’unica democrazia mediorientale. Uno dei strumenti di difesa contro questa manipolazione dei cuori e delle menti, come dice il buon Santa (e non solo), è riuscire a capire come si propaga il male e quale mezzi usa e predilige, e sicuramente un buon mezzo di propagazione di questa incessante propaganda moderna è il linguaggio. Le parole.
Probabilmente ha ragione il vecchio Galeano quando dice che siamo abituati ad ascoltare e ripetere la voce del sucesso (ovvero del potere).
Questo è un articolo apparso in Le monde diplomatique del marzo del 2007 che offre un esempio di come il linguaggio dell’informazione possa essere falsato.
Le parole falsate del Medioriente
di Joris Luyendijk *
Capire il cosa, il dove, il quando, il chi e il come, poi ascoltare ogni parte in causa sul perché, badando a separare adeguatamente il fatto dall'opinione... Non è da tutto ciò che si riconoscono i giornali di qualità? E cosa promettono gli spot promozionali della Cnn, Fox News o Al Jazeera, se non l'obbiettività? «We report, you decide»: noi riportiamo i fatti, a voi decidere. Eppure, dopo aver lavorato cinque anni come corrispondente in Medioriente, la mia conclusione è pessimista: i giornalisti occidentali non possono descrivere precisamente, e meno ancora obbiettivamente, il mondo arabo né il Medioriente.
Pur seguendo alla lettera le regole giornalistiche, dipingono un quadro profondamente deformato della regione. Il problema principale riguarda l'uso delle parole: quelle che impiegano i giornalisti non significano niente per il pubblico europeo o americano, o sono semplicemente distorte. I migliori esempi di questi termini sconosciuti sono le parole «occupazione» e «dittatura». Ignorare la natura d'una dittatura non è solo appannaggio degli intellettuali o del grande pubblico.
Quando ero corrispondente, ricevevo a volte dei rimproveri dal caporedattore: perché ottenere un visto per l'Iraq di Saddam Hussein richiedeva così tanto tempo? E perché non ero ancora andato in Libia? «Come, non c'è il visto? Insista!» E che dire della domanda fatta da un celebre giornalista di cronaca che cercava l'indirizzo dei servizi segreti giordani... O di quel contabile che voleva le ricevute di tutte le persone che avevo pagato durante il mio viaggio nell'Iraq dell'ex-dittatore...
Eppure, il caporedattore, il giornalista di cronaca o il contabile seguivano l'attualità da vicino. Leggevano i giornali e guardavano la televisione. Ma in quale momento questi giornali o queste televisioni spiegano cos'è veramente una dittatura? Il libro che ho pubblicato l'estate scorsa spiega la paura, la diffidenza, il lavaggio del cervello, la corruzione e la distruzione delle risorse personali, dell'amor proprio. L'editore si è impegnato personalmente e l'ha letto diverse volte. È tornato dalla Fiera del libro di Francoforte pieno di entusiasmo: aveva parlato del libro a un collega egiziano che era interessato; stavo per sfondare nel mondo arabo! Era radioso, fino al giorno in cui gli è stato spiegato che esisteva una contraddizione in termini: una dittatura può autorizzare la pubblicazione di un libro che ha proprio per tema l'odiosa natura di questa dittatura? Anche dopo aver digerito cento pagine dedicate alla cultura della paura sulla quale fanno leva gli stati polizieschi, la parola «dittatura» era rimasta, per lui, un concetto astratto.
La parola «occupazione» può essere a sua volta priva di senso per i lettori e i telespettatori occidentali? Un tale vuoto spiegherebbe perché si moltiplicano le pressioni sull'Autorità palestinese perché dia prova di «fare tutto il possibile contro la violenza» quando non si chiede quasi mai ai portavoce del governo israeliano se «fanno abbastanza contro l'occupazione». Nessuno dubita che in Occidente il cittadino sappia cos'è la minaccia terrorista, se non altro perché i responsabili politici glielo ricordano continuamente. Ma chi spiega al pubblico occidentale il terrore che si nasconde dietro la parola «occupazione»? Qualunque sia l'anno a cui ci si riferisce, il numero di civili palestinesi uccisi a causa dell'occupazione israeliana è almeno tre volte superiore a quello dei civili israeliani morti a seguito di attentati. Ma i corrispondenti e i commentatori occidentali, che evocano i «sanguinosi attentati suicidi», non parlano mai della «sanguinosa occupazione».
Se gli orrori quotidiani dell'occupazione israeliana restano largamente invisibili, l'«informazione» proveniente dalle dittature arriva invece ai giornali e alle televisioni occidentali. Si presenta allora un secondo problema: quando i giornalisti descrivono gli avvenimenti, impiegano il termine di democrazie. Usano parole come «parlamento» o «giudice», dicono il «presidente Moubarak» anziché il «dittatore Moubarak», e parlano del Partito nazional democratico quando non è né «democratico» né un «partito». Citano un accademico del mondo arabo, ma dimenticano di aggiungere che è controllato e sorvegliato dai servizi segreti. Quando sullo schermo televisivo appaiono dei giovani arrabbiati che bruciano una bandiera danese in uno stato poliziesco, chiamano tutto questo una «manifestazione» e non un'operazione mediatica.
Lo sconcertante è che i corrispondenti che si trovano in Medioriente sanno bene cosa significa un'occupazione e una dittatura. Lavorano e vivono nei paesi arabi e nei territori palestinesi, hanno degli amici, dei colleghi e dei familiari che non possono contare su nessuna regola di diritto. Questi amici, questi colleghi, queste famiglie non sono cittadini, ma sudditi quasi senza difesa, e lo sanno. Ma in che modo il pubblico occidentale potrebbe sapere, sapere davvero, come funziona un sistema simile? Come potrebbe quando il vocabolario fa pensare che le democrazie e gli stati polizieschi funzionino in modo quasi simile, con un parlamento, un presidente e, persino, delle «elezioni»?
Il «falco» israeliano, il palestinese «estremista» Certe parole non dicono niente ai cittadini comuni. Altre evocano cose diverse da quello che si è voluto dire. Parole intrinsecamente fuorvianti: qualche minuto di zapping sui canali satellitari basta a dimostrarlo. Dobbiamo dire «Israele», l'«entità sionista», la «Palestina occupata»? «Intifada», «nuovo Olocausto» o «lotta d'indipendenza» ? Questo lembo di terra è «contestato» od «occupato», e deve essere «dato» oppure «reso»? È una «concessione» quando Israele rispetta un impegno preso che figura in un trattato che ha firmato? Sono definibili «negoziati» quelli tra israeliani e palestinesi, e in tal caso, qual è il margine di manovra dei palestinesi sapendo che il termine «negoziato» implica concessioni reciproche tra due parti più o meno uguali? Non ci sono parole neutre. Quale vocabolario adottare, allora? Mica facile scrivere un'agenzia di questo tipo: «Oggi in Giudea e Samaria/nei territori palestinesi /nei territori occupati /nei territori contesi /nei territori liberati/, tre palestinesi innocenti /terroristi musulmani/ sono stati eliminati preventivamente /brutalmente assassinati/uccisi dal nemico sionista/dalle truppe d'occupazione israeliane /dalle forze di difesa israeliane». O, sull'Iraq: «Oggi, i crociati sionisti/truppe d'occupazione americane /forze della coalizione hanno attaccato le basi della resistenza musulmana /dei terroristi/delle cellule terroriste».
La cultura occidentale è ottimista: quando mettete a fuoco un problema, siete pregati di proporre contemporaneamente una soluzione. Ma come uscire da questo bailamme linguistico, salvo forse riconoscere più apertamente il partito preso e i filtri inevitabili di ogni lavoro giornalistico, e mettere fine all'inganno degli slogan, frutto del marketing? Noi riportiamo i fatti, a voi decidere, d'accordo. Ma noi decidiamo cosa dovete vedere e come. Tuttavia, c'è una categoria di parole per le quali i media occidentali potrebbero fare meglio.
Perché un ebreo che reclama la terra che gli è stata donata da Dio è un «ultranazionalista», mentre un musulmano che fa lo stesso ragionamento è un «fondamentalista»? Perché un dittatore arabo che sceglie una politica diversa da quella degli occidentali è «antioccidentale», mentre questa etichetta non viene mai applicata nell'altro senso?
Immaginiamo un leader americano definito «radicalmente antiarabo»?
Un responsabile politico israeliano che crede che solo la violenza può proteggere il suo popolo è chiamato un «falco». Si è mai sentito parlare di un «falco» palestinese? No, è un «estremista» o un «terrorista».
I responsabili israeliani che credono al dialogo sono «colombe».
Però, un palestinese che sceglie la stessa strada è definito «moderato» ciò che lascia intendere che, malgrado la violenza alberghi nel cuore di ogni palestinese, quello è arrivato, sia ringraziato Allah, a «moderare» la sua natura profonda. E mentre Hamas «odia» Israele, nessun partito o leader israeliano ha mai «odiato» i palestinesi, neanche quando i suoi dirigenti approfittano del loro ruolo governativo per predicare le espulsioni. A meno che non si tratti di «pulizia etnica»? O di un «trasloco involontario»? O di un «trasferimento»?
note:
* Giornalista olandese, autore di Presque humains. Images du Proche-Orient (in olandese, Podium, Amsterdam, 2006).
Solo parole

Se il buongiorno si vede dal mattino, il 2009 ha poco di buono da promettere. Difficile anche dire qualcosa di sensato, per questo ci sono altre voci, e inutile anche fare la “radiocronaca”, anche per questo ci sono, decisamente migliori, altre voci.
Ma dal momento che la Tortuga come altri è uscita dal letargo avendo perso il sonno, in mancanza di altri atti concreti da compiere, gli piace dedicare queste due parole:
Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.
mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti , pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e dì: magari fossi una candela in mezzo la buio.
Mille e una nota
Dopo una pausa più o meno forzata, la Tortuga forse per il senso di colpa, si è decisa a riportare un breve scritto che riguarda la musica, e visto che a detta sua questo dovrebbe il primo di tanti (non ne siamo sicuri però), gli sembrava opportuno iniziare da, diciamo, lontano.
MILLE E UNA NOTA
Le basi della moderna notazione.
Occorrevano circa dieci anni. Dieci anni di faticoso e metodico memorizzare melodie per la liturgia, uno sforzo davvero immane. Il mestiere di Maestro Cantore, fino allo sviluppo di una notazione che potesse attivamente fungere da “corroborante mnemonico”, consisteva in tale sistematica e vorace assimilazione di canti e frammenti melodici al fine di assicurare un futuro alla tradizione del canto liturgico.
Il canto Cristiano d’occidente, quindi, si sviluppò per secoli, dopo l’evento di Cristo, senza alcun ricorso a formalizzazioni scritte nel repertorio. I primi documenti ufficiali a noi pervenuti che attestassero tale pratica sono da far risalire all’incirca ai 150 anni precedenti l’anno mille, anche se con tutta probabilità i primicerii, i maestri cantori, iniziarono a porre indicazioni musicali sulla pergamena, per proprio uso e consumo, già molti anni prima.
Le indicazioni riproducevano il gesto che solevano compiere con la mano per indicare l’ascesa o la discesa della melodia. Tale gesto, detto tecnicamente “chironomico” venne trascodificato per iscritto utilizzando prevalentemente i segni di interpunzione; alle sillabe del testo vennero sovrappostedelle indicazioni approssimative riguardanti l’altezza del suono, indicazioni che presero il nome di “neumi”.
La “notazione neumatica” assunse caratterizzazioni spiccatamente geografiche e fu legata alla volontà di privileggiare maggiormante le precisione nell’altezza delle note ( scuola di derivazione acquitana) piuttosto che le sfumature dell’evoluzione ritmica ed espressiva (San Gallo); in qualsiasi caso, data la funzione di mero supporto a una tradizione prettamente orale, ci si preoccupò unicamente di ricordare al cantore quelle particolari raffinatezze interpretative che una pur prodigiosa memoria avrebbe potuto non rammentare.

Il livello di aprossimazione della notazione neumatica fu, agli inizi, estremamente elevato. I segni di interpunzione, apposti sopra le sillabe del testo, erano in “campo aperto”, ovvero senza alcun riferimento che potesse permettere di esprimere qualcosa di assolutomriguardo l’altezza delle note. Questo tipo di notazione, detta “neumatica adiastematica” era in grado di indicare solamente per grandi linee se la melodia, rispetto all’intonazione iniziale, ascendesse o discendesse. Per poter dire “ di quale entità” fosse tale spostamento, ci sarebbero voluti dei riferimenti.
L’idea iniziale fu quella di porre una riga attorno alla quale disporre i segni. Con l’adozione della riga quale riferimento, la notazione, che ora era in grado di dire qualcosa di più nei confronti degli intervalli tra le note, divenne “diastematica”. Nella configurazione finale l’evoluzione della “diastemanzia” portò all’adozione di quattro righi. La sistematizzazione di tali tecniche si ebbe intorno all’anno mille grazie all’operare di un monano Benedettino nato a Talla, in provincia di Arezzo, e che da questa zone del Casentino prese il nome.

Guido d’Arezzo, il quale in musica ebbe altri meriti oltre a quelli legati all’evoluzione nella notazione, non fece altro, riferendoci all’aspetto trattato sopra, che coordinare i suggerimenti e i tentativi compiuti in diversi aree geografiche divulgando l’essenza, il sunto delle diverse acquisite conoscenze. Il suo sistema di notazione fu esposto nel Prolugus in Antiphonarium; tale sistema prevedeva l’adozione del “tetragramma” e la divisione di esso in proporzioni indicanti delle frasi musicali o parti interne ad esse.
Non era ancora maturata l’esigenza, tuttavia, di indicare con precisione le lunghezza delle note in virtù del fatto che il canto “monodico” non poneva problemi di “coordinamento” tra le diversi voci. In sostanza con l’avvento della polifonia diverrà irrunciabile un sistema in grado di permettere alle diverse voci di coordinarsi utilizzando in preciso “orologio”, e per costruire questo meccanismo ritmico sarà necessario definire l’unità di misura-base su cui fondare tutta l’impalcatura costruttiva.
Guido d’Arezzo, tuttavia, assunse un ruolo di estrema importanza nella musica del Medioevo per altri due fondamentali apporti innovativi. Innanzitutto per la cosidetta salmisazione, riassumibile in una geniale procedura mnemonica al fine di agevolare i cantori nell’intonazione dell’intervallo di semitono.
Un’altra importante innovazione introdotta da Guido riguardò l’invenzione delle note musicali. L’espediente mnemotecnico inventato per ricordarne l’esatta intonazione delle notesi fondava su alcune sillabe della prima strofa dell’inno liturgico in onore a San Giovanni Battista :
“ UT quaent laxis – Resonare fibris – Mira gestorum –
FAmuli tuorum – SOLve polluti – LAbii rearum - Sancte Iohannes “.
Guido notò come gli emitichi di tale strofa iniziassero in modo da formare una ordinata successione di intervalli di toni e semitoni. Le prime sillabe di ogni emistichio permettevano di intonare una serie ascendente di sei note (serie detta “esacordo”); esse divennero il nome delle note stesse :
ut – re –mi – fa – sol – la –si.
Il si fu introdotto nel 1482 da Bartolomeo Ramis de Pareja mentre il passaggio da ut a do viene attribuito a Giovanni Battista Doni, il quale avrebbe utilizzato la prima sillaba del suo cognome.
La fondamenta della moderna notazione erano state poste.
Enzo Carlucci
Articolo apparso su “Medioevo”, numero 33 Ottobre 1999
Mercato, proprietà, anarchia
Certo è, che a credere alla Tortuga in questo spazio si sarebbe parlato solo di musica e pure in maniera grossolana, ma alla Tortuga non bisogna fare affidamento, non per nulla anche il servizio di leva dello Stato nella sua lungimiranza l’aveva previsto, cercando di fargli fare il servizio per la patria in marina, visto che a promesse pare proprio un marinaio.
E invece, dopo le giornate di pioggia intensa, eccoci di nuovo a parlare di una faccenda che a suo dire riveste la sua importanza, e per far questo vuole ri-proporre un vecchio articolo di ben nove anni, ripescato chissa dove, che tratta dell’ormai trita e ritrita questione tra l’Anarchia (qualunque cosa sia) e il mercato (qualunque cosa sia).
Per conto mio non posso far altro che mettere in guardia eventuali lettori e dire che questa faccenda ha un poco stancato, essendo pratiche teoriche pressochè inutili. Vista pure la fase attuale che stiamo attraversando.
Mercato, proprietà, anarchia
di Pietro Adamo
Alle critiche di Carlo Oliva sullo scorso numero, Pietro Adamo replica spiegando perché, a suo avviso, l’anarchismo non possa non essere "liberale".
Negli ultimi tempi mi capita spesso di essere corteggiato. Non solo per le mie (palesemente straordinarie) virtù psicofisiche: mi capita di essere corteggiato perché dichiaratamente anarchico. L’esperienza è nuova. Da destra e da sinistra, da laici e meno laici, da accademici e movimenti undeground, mi giungono segnali di stima e di apprezzamento. Viviamo in tempi di sdoganamento (perlomeno culturale). La caduta dei regimi del socialismo reale ha apparentemente potenziato tutte le tradizioni a sinistra marginalizzate e criminalizzate nel corso del secolo. Mi pare di assistere a una specie di corsa all’anarchia (e all’altro esempio di purezza quasi "incontaminata" a sinistra, il socialismo libertario): le riviste del liberismo ultrà, i quotidiani moderati, gli organi degli ex partiti della sinistra marxista, i movimenti ecologisti e affini, gli ex campioni pentiti della "rivoluzione comunista", fanno quasi a gara per appropriarsi di qualche pezzo del pensiero anarchico, reclamandone l’affinità con i propri paradigmi.
Il buon Carlo Oliva, colonna di "A" da molti anni, mi accusa però di compiere un’operazione di sdoganamento di segno inverso, ovvero di tentare - alla pari con D’Alema & Co. - di legittimare una particolare filosofia politica- nel mio caso l’anarchismo - con il ricorso al tema dell’ "eredità liberale". In parte ha ragione. Ma prima di avventurarmi in una risposta specifica agli addebiti del compagno Oliva, che grosso modo mi imputa, con la mia apologia dell’ethos liberale, di fare il gioco dei berlusconiani, voglio precisare il senso del lessico che ho usato e delle relazioni dell’anarchismo con termini (civiltà liberale, mercato, proprietà privata) che sembrano suscitare in alcuni un’avversione viscerale incontrollata.
Se si parla in pubblico di "civiltà" o ethos liberale si può essere certi di evocare una precisa serie di immagini: il neoliberismo rampante, le imprese del duo Reagan/Thatcher, i licenziamenti di massa nelle industrie del Nord del mondo, i bambini dell’estremo Oriente intenti a cucire Nikes per un tozzo di pane, e così via. Ma dal mio punto di vista il termine ha tutt’altra accezione. Per "ethos liberale" io intendo la lotta condotta nel corso dell’età moderna e contemporanea contro le nozioni di assolutismo, autocrazia, gerarchia, privilegio, in nome degli ideali collegati alla libertà individuale e ai diritti umani. Certo, si è trattato di uno sforzo prodotto in buona parte da quei ceti e quei gruppi sociali che lottavano per la propria autoaffermazione (i "borghesi", direbbe probabilmente Carlo), ma interpretare in un ristretto senso classista il fenomeno significherebbe trascurarne proprio l’istanza centrale, la ricerca della liberazione individuale e collettiva. Nel travaglio della modernizzazione i gruppi subalterni si sono spesso impadroniti delle parole d’ordine delle libertà "liberali", riplasmandole secondo fini ed esigenze proprie. In molti momenti (rivoluzionari o meno) si colgono slittamenti di discorso che puntano ad ampliare la sfera delle libertà, universalizzandone i fondamenti ispiratori e applicandoli a ogni ambito dell’azione umana. E protagonisti di questo "slittamento" sono spesso uomini e donne appartenenti ai ceti più infimi, che rivendicano non solo la libertà di religione o di stampa, ma quella di associazione, quella sessuale, quella economica, sino a postulare un generale ridisegnamento della società sulla base del principio della libera sperimentazione
Contro il totalitarismo
Di questo ethos è figlio l’anarchismo. Anzi, per certi versi, solo l’anarchismo ha dato dignità sistematica di pensiero a queste tendenze della civiltà liberale. E se il liberalismo è divenuto, nel corso dei secoli, essenzialmente una giustificazione dello status quo, ciò non ne pregiudica affatto le potenzialità rivoluzionarie. "Nell’epoca eroica della filosofia liberale, che si estese gradualmente sulla religione, la scienza, l’economia e la politica, dal Cinquecento al Settecento, i liberali stavano dicendo più o meno ciò che dico io", ha ammesso Paul Goodman, lamentando la successiva "catastrofe" della tradizione: "Ed è per questo", ha concluso, "che oggi, dopo l’Ottocento, alcuni di noi liberali hanno scelto di definirsi anarchici".1
Entro questo ethos troviamo però sia il mercato sia la proprietà privata. Ora, per capire come questi due "orrori" siano non solo integrabili in una società libertaria, ma non possano non costituirne parte essenziale, è necessario a mio parere uno sguardo all’esperienza del Novecento che non si fermi agli effetti pratici recenti del neoliberismo. Il fenomeno del totalitarismo, sia nei suoi aspetti di determinazione della vita quotidiana, come nei casi classici del fascismo e del comunismo, sia in quella tendenza all’irregimentazione culturale del dissenso che abbiamo imparato a distinguere nel concreto funzionamento delle società occidentali del tardo ventesimo secolo, ci ha insegnato alcune lezioni cui non possiamo rinunciare, ovvero che in un qualsiasi sistema sociale la misura della libertà è proporzionale alla facoltà di scelta, e che l’accentramento delle funzioni economiche e politiche restringe necessariamente questa misura. Il processo opposto, che incarna al meglio il progetto libertario, è costruito sulla tesi di un generale decentramento di queste stesse opzioni. Ma, se non si ipotizza una qualche forma di unità centrale che pianifichi e disponga dell’allocazione delle risorse, cosa che probabilmente riprodurrebbe la logica totalitaria, non ci resta che - se sposiamo sino in fondo le implicazioni del principio della libera sperimentazione - affidarci al libero e spontaneo gioco delle interazioni tra comunità e comunità e tra individuo e individuo. Io chiamo "mercato" il quadro entro cui si situa questa rete di rapporti, un quadro che a mio parere dovrebbe essere caratterizzato dalla più o meno intuitiva correlazione tra domanda/offerta e libero adattamento delle risorse umane.
La differenza tra il "libero mercato" capitalistico del tardo ventesimo secolo e questa ipotetica "società di mercato" libertaria sta proprio nella cornice di sfondo: laddove il "mercato" berlusconiano è concepito, un po’ religiosamente, all’interno di una fede assoluta nelle sue capacità di autoregolarsi per vie esclusivamente economiche (intese nel ristretto senso di "finanziarie"), il "mercato" libertario dovrebbe essere inteso come uno dei prodotti di una logica e di un immaginario sganciati dal nesso economia/dominio, ovvero come il risultato di un libero gioco nel quale entrino anche considerazioni culturali e sociali, che potrebbero prendere l’aspetto di decisioni individuali e di decisioni collettive, comunitarie e transcomunitarie. Sia ben chiaro: non sto dicendo che alla comunità (qualsiasi forma essa assuma nel concreto) spetti il controllo della vita economica, ma che la comunità e l’individuo dovrebbero essere in grado di partecipare al complesso delle interazioni socioeconomiche ciascuno apportando i suoi specifici valori, etici, sessuali, religiosi o altro, in un "libero gioco" che presupponga la costante ricerca di un punto di equilibrio, raggiungibile però solo in via (consapevolmente) provvisoria.
All’interno di questo "mercato" libertario, la proprietà assume a mio parere una funzione importante. Troppo spesso si crede che lo slogan proudhoniano "la proprietà è un furto" corrisponda all’apologia anarchica del comunismo (come mi pare pensi il mio interlocutore Oliva). Di fatto Proudhon chiude il suo libello del 1840 con un violentissimo attacco al comunismo, che accusa di violare "l’autonomia della coscienza e l’eguaglianza". Il suo ideale è fondato prima "sull’eguaglianza delle condizioni, cioè dei mezzi, non sull’eguaglianza del benessere, la quale a parità di mezzi dev’essere opera del lavoratore", e poi - sorpresa, sorpresa - sul "possesso individuale", unica "condizione della vita sociale", e infine, sulla "libera associazione, la libertà, che si limita a mantenere l’eguaglianza nei mezzi di produzione e l’equivalenza negli scambi", fondamenti della "sola forma di società possibile". In un trattato più tardo, giunse a ridefinire il ruolo della proprietà nella società libera come "uno strumento di garanzia, di libertà, di giustizia e di ordine"2 .
Ho citato proprio Proudhon, noto appunto come inventore del sopra citato slogan, per dimostrare che le opinioni anarchiche sulla proprietà sono ben lontane dall’appiattirsi su una sua banale negazione. Se è vero che buona parte dei libertari del tardo Ottocento ha accettato la logica del comunismo, è altrettanto vero che altre tendenze del movimento - degnamente rappresentate dallo stesso Proudhon, per esempio - hanno colto con perspicacia maggiore il pericolo totalitario insito nell’idea di una società senza proprietari, in cui l’unico vero "proprietario" sia lo stato, la comunità o altro ente adeguato.
Mercato e anarchia
E dopo l’esperienza del primo Novecento molti teorici dell’anarchismo hanno recuperato l’idea del "possesso" come sbarramento alla formazione (o alla riformazione) dei meccanismi della coercizione statuale, da un lato inserendola nella cornice della sopra citata "società di mercato" libertaria fondata sull’interazione individuo/comunità (che per certi versi implica una costante risindacazione dei diritti di proprietà concreti), dall’altro valorizzandone le istanze associative legate al suo possibile (e forse desiderabile) statuto collettivo.
Credo che questo quadro costituisca uno dei punti di riferimento più significativi di alcune delle più potenti elaborazioni degli esponenti dell’anarchismo post-classico. Il riferimento può essere immediato nel caso di Camillo Berneri, autodefinitosi "liberista", che si dichiarò favorevole alla "libera concorrenza tra lavoro e commercio cooperativi e lavoro e commercio individuali"3 . O nel caso di Colin Ward, la cui prospettiva gradualista, decentralista e federalista sembra presupporre, come fondamento della generalizzazione della sperimentazione anarchica, una "società di mercato" libertaria.
Può essere più sfumato e problematico nel caso di Luce Fabbri, che ha più volte riaffermato la propria fedeltà al modello socialista nei termini della "proprietà collettiva dei mezzi di produzione e di scambio"; tuttavia la sua ripetuta insistenza sull’ "associazione che moltiplica ed estende sino ai limiti dell’universo conosciuto le possibilità e le irradiazioni dell’azione individuale", o che "moltiplica all’infinito le proiezioni dello sforzo individuale", parrebbe anch’essa implicare, con i suoi riferimenti per certi versi obbligati a un contesto incentrato su un qualche tipo di scelta/concorrenza tra opzioni differenti, una forma di convivenza non molto diversa dal "mercato" libertario.
Posso ora rispondere alle critiche del compagno Oliva. Sono sostanzialmente d’accordo sull’idea che le tradizioni vadano valutate nel loro complesso e che certamente il mondo del tardocapitalismo contemporaneo deve molto ad una sostanziale interpretazione moderata e immobilista dei principi del liberalismo. Ma ciò non significa che tutte le tradizioni vadano messe sullo stesso piano. Ci sono serie differenze strutturali tra socialismo, comunismo, anarchismo e liberalismo. La più cogente è che tra esse solo il comunismo ("reale", ovviamente) sembra implicare strutturalmente - o almeno questa è la lezione della storia - la caduta nel totalitarismo: "Tante strade conducono alla dittatura dalla democrazia e nessuna dal liberalismo", scriveva agli inizi degli anni Trenta Rudolf Rocker, intendendo con "democrazia" le differenti versioni del principio della volontà generale - tra le quali la più nota all’epoca era quella comunista)5.
Sì, Carlo ha ragione. Io credo effettivamente che non si dia società libera senza proprietà privata. Nelle società complesse non tribali, dall’antico Egitto alla Francia del Re Sole sino all’Unione Sovietica, l’assolutismo tendente al totalitarismo si è sempre imperniato sulla negazione del diritto di proprietà dei singoli. Nel caso del fascismo esso era ancora accettato, anche se in un contesto in cui erano date per scontate le superiori esigenze della nazione.
Libertà di intrapresa
Insomma, anche se la proprietà privata non pare essere condizione sufficiente per poter indicare come "libera" una certa società, mi sembra proprio che ne rappresenti una condizione necessaria Proprietà privata, quindi, ma non necessariamente individuale. I passi di Camillo Berneri e Luce Fabbri sopra citati implicano (nel primo pensatore in modo esplicito) un mondo sociale in cui i meccanismi della produzione siano affidati in buona parte a cooperative e comunità in concorrenza tra loro sul piano economico. Questo genere di comunismo volontario in un contesto "aperto" (in cui cioè non viga alcuna forma di proibizione esplicita della proprietà individuale) mi pare perfettamente congruente con i principi di una (possibile) società libertaria.
È vero che l’insistenza anarchica sulla libertà integrale (sfera economica compresa) induce alcuni a scorgerne un’affinità con i teorici del liberismo ultrà. Questa affinità c’è e mi pare sia innegabile. Ci sono anche ovvie e marcate differenze. Come ho scritto sopra, l’ideale "mercato" libertario si situa in un contesto in cui si incrociano istanze non solo economiche, ma etiche, politiche, sociali, e cosi via. La libera sperimentazione anarchica potenzia tutte le sfere in cui l’uomo agisce, non solo quella economica: proprio dall’interazione di queste sfere dovrebbe risultare una sorta di limite all’ambito del "mercato". Il motivo per cui il liberismo berlusconiano è squisitamente conservatore è che si tratta di una "libera sperimentazione" limitata alla sfera economica: è noto che, in quanto a famiglia, sesso, religione, eccetera, i forzaitalioti non sono altrettanto "liberisti". Ma, carissimo Carlo, per gli anarchici la libertà di intrapresa è, per cosi dire, un principio irrinunciabile, genetico: non possiamo certo sacrificare la nostra identità più profonda perché una sinistra miope, statolatra e protezionistica ha permesso alla destra di appropriarsi delle parole d’ordine della libertà. C’è il rischio di trovarsi a fianco dei liberisti? Questo rischio lo correremo (non possiamo non farlo), curandoci di sottolineare, ogni qualvolta ne avremo l’occasione, la differenza tra noi e loro.
Mi chiedi di scegliere tra gli oppressi e gli oppressori, tra "i padroni e chi padrone non è". Mi sorprende che tu sia tanto certo di poter identificare con sicurezza le due categorie. La realtà sociale del mondo tardocapitalista mi pare un po’ complessa per manicheismi di questo genere. Sulle grandi corporations e sull’intreccio affari/politica egemone in questo mondo siamo d’accordo (in negativo, ovvio). Ma su altri soggetti sociali trovo più difficile pronunciarmi: l’impiegato statale, miglior simbolo del parassitismo; l’operaio (para)statale, interessato alla protezione a oltranza dei suoi privilegi (pagati dal resto della popolazione); all’opposto dello spettro, il piccolo imprenditore "creativo" (ne esistono, pare); il commerciante oberato dalle tasse; non sono sicuro di poter dire a quali categorie (se "oppressi" o "oppressori") questi soggetti appartengano, anche se gli ultimi due sono chiaramente "padroni". E quand’anche si parlasse di chi vive in situazioni di reale disagio (i "diseredati"), non sono certo di potere condividere le ricette economiche e politiche usualmente proposte da loro o dai loro portavoce, che mi paiono culminare, con la loro insistenza sul protezionismo, in un potenziamento dei poteri forti associati proprio allo stato e al parastato.
1. P. Goodman, Is Anarchism Distinct from Liberalism?, ora in Patterns of Anarchy, a cura di L. Krimerman e L. Perry, Anchor Books, New York 1966, pp. 55-56.
2. P.J. Proudhon, Che cos’è la proprietà?, tr. it. Laterza, Bari 1978, pp. 268, 286, 290, 292; La dimensione libertaria di P.J. Proudhon, tr. it. a cura di N. Berti, Città Nuova, Roma 1982, pp. 190-191.
3. C. Berneri a L. Battistelli, in Epistolario inedito, vol. I, a cura di A. Chessa e P.C. Masini, Archivio Famiglia Berneri, Pistoia 1980, p. 19. Berneri si autodefinisce "liberista" in questa stessa lettera, ma nell’edizione sopra citata il termine è stato scorrettamente trascritto come "liberalista" (se ne veda l’originale nell’Archivio Famiglia Berneri di Reggio Emilia).
4. L. Fabbri, La strada, Edizioni Studi Sociali, Montevideo 1952, pp. 17-18.
5. R. Rocker, Nazionalismo e cultura, tr. it. 2 voll., Edizioni Anarchismo, Catania 1977, I, p. 155.
Fonte: A rivista anarchica anno 29 numero 253 aprile 1999
Tortuga
Il 4 novembre uscirà nelle librerie Tortuga (Mondadori Strade Blu), il nuovo romanzo di Valerio Evangelisti. Una storia avventurosa, ma documentata, di pirati, abbordaggi, amori, duelli, non priva di un sottofondo filosofico. ( www.eymerich.com )

Bè che dire... grazie, ma non c’era bisogno... il tuo breve scritto mi è piaciuto e lo messo nel blog, tutto qui, non era neccessario tutto questo, addirittura il titolo di un libro...., Grazie.
Fuga da Gotham City

FUGA DA GOTHAM CITY
di Valerio Evangelisti
La mole mastodontica del Vortex, la gigantesca stazione orbitale che gestiva per conto dell'ONU tutte le reti di comunicazione satellitari, ruotava pigra su se stessa, mentre compiva l'ennesimo periplo della terra. All'interno, la gravità artificiale rendeva inavvertibili i moti di quello sterminato castello d'acciaio galleggiante nello spazio. Eppure al signor Omori, capo della polizia di Tokyo, parve di provare una leggera vertigine, mentre seguiva una squadra di tecnici lungo il corridoio che univa il corpo della stazione a uno dei moduli più remoti.
"Siamo sicuri che il suolo sia stabile?" chiese preoccupato, nel suo inglese grottesco in cui ogni vocale tendeva a somigliare a una "a".
Roubert, l'ingegnere capo, si girò con un lampo ironico negli occhi. "Certo. Se avverte un lieve giramento di testa, é solo perché‚ in questo braccio la gravità é minore. Il motivo é ovvio: nei moduli esterni la rotazione é più lenta che nel corpo centrale."
"Già. Avrei dovuto pensarci" mormorò Omori, sorridendo contrito. Era abituato a considerare ogni errore o dimenticanza, per quanto veniale, come una colpa gravissima. In quei casi, la consueta impassibilità del suo viso veniva incrinata da un sorriso imbarazzato, tanto più largo quanto più forte era il disagio. Erano le sole circostanze in cui sorrideva.
Si ricompose molto presto. Il corridoio era terminato, e stavano scendendo una scala a chiocciola che pareva senza fine, tra pareti luminescenti istoriate di circuiti stampati. Roubert e i suoi quattro tecnici balzavano con disinvoltura di gradino in gradino, dimostrando familiarità con quell'ambiente. Omori, invece, cercava di posare il piede con prudenza; ma presto fu costretto ad accelerare la discesa, per non perdere il contatto con i compagni.
Finalmente Roubert e gli altri si fermarono su un pianerottolo spazioso, e attesero che il giapponese li raggiungesse. L'ingegnere fece un gesto circolare, indicando i circuiti e le spie luminose che li attorniavano. "Ecco, signor Omori, il suo paese é tutto qua."
Il poliziotto nascose con cura il proprio stupore. "Tutto il Giappone?" chiese in tono neutro.
"In un certo senso sì. Qui sono immagazzinati i dati di tutti gli abitanti in possesso di carta di identità. Come si chiama il suo uomo?"
"Hajime Murakami. Ma non so se abbia una carta di identità."
"Vediamo subito."
Roubert si accostò a un piccolo schermo incastonato nella parete, sovrastato dalla scritta "BIOMUSE". Di fianco pendeva una cuffia. La staccò dal gancio e la calcò sulle orecchie. Lo schermo si accese automaticamente, con uno sfrigolio soffocato.
Roubert si portò indice e pollice alla radice del naso, poi chiuse gli occhi, come se stesse pensando intensamente. Quando li riaprì, una lunga fila di nomi tutti identici, seguiti da una serie di dati, stava scorrendo sul monitor. Scosse il capo. "Di Hajime Murakami ne esistono centinaia. Può dirmi qualcosa di più? Mi basta un aggettivo, o anche un sostantivo che abbia attinenza con la vita della persona che cerca."
"Pensi alla parola sovversivo... No, aspetti. Pensi a Chukaku-Ha. E' il nome del gruppo terroristico a cui appartiene Murakami."
"L'anno di riferimento?"
"Quello attuale. Il 2068."
L'ingegnere si concentrò nuovamente, premendo la cuffia sulle orecchie.
Trascorsero pochi secondi, poi sullo schermo apparve il filmato di una manifestazione. Una falange di giovani, probabilmente studenti, avanzava reggendo bandiere issate su lunghissime canne di bambù. Calcavano caschi da minatori, coperti di scritte. A un certo punto il corteo si arrestò. La prima fila dei dimostranti abbassò i bambù. L'inquadratura si allargò a comprendere una schiera di uomini in divisa visti di schiena. I lacci incrociati sulle loro scapole sostenevano corpetti d'acciaio. Avevano elmetti molto larghi, che coprivano loro la nuca. Se non fosse stato per la visiera in plexiglas, si sarebbe potuto scambiare quei poliziotti per combattenti prussiani della prima guerra mondiale.
"Sembrano samurai" mormorò uno dei tecnici.
"Il guaio é che anche gli altri sembrano samurai." Omori toccò con l'indice lo schermo. "Vedete quei bambù? Tagliati di sbieco, sono affilati come lame. Per questo gli agenti indietreggiano, mentre il corteo viene avanti."
Forse si sarebbe dilungato in altre spiegazioni, ma intanto l'immagine era cambiata. Ora si vedeva una saletta con le pareti di mattoni rossastri, illuminate da fredde luci al neon. Un poliziotto in divisa ordinaria, seduto dietro un banco, stava prendendo le impronte di un giovane curvo di fronte a lui, in tenuta da prigioniero. Altri due poliziotti seguivano l'operazione a qualche passo di distanza.
"Ecco, é qui che le nostre immagini si deformano!" esclamò Omori, improvvisamente eccitato. "Quando, tra poco, il detenuto si girerà, noi non riusciamo a vederne il volto!"
Roubert alzò le spalle. "Un comune difetto di trasmissione. Qui é tutto regolare. La registrazione é integra."
Sullo schermo, il poliziotto lasciò le mani del giovane, che si raddrizzò. Poi si voltò lentamente. Dalle labbra di Roubert e dei suoi uomini uscì un'esclamazione stupita. Il prigioniero aveva lo stesso viso di Batman. Orecchie a punta, maschera nera, fori per gli occhi triangolari, mascella quadrata. Batman in persona, disegnato con pochi tratti e colorato a pennellate vivaci. Ma quella testa si adattava perfettamente al corpo.
"Non é un difetto di trasmissione" commentò mestamente Omori.
"Ogni volta che cerchiamo di visualizzare Murakami, riceviamo quell'immagine ridicola. Qualcuno ha manomesso il Vortex."
"Ma non é possibile!" esclamò Roubert. Premette con forza la cuffia attorno al cranio. "Ci saranno altri fotogrammi, no? L'ingresso in cella, l'incontro con i compagni di braccio... Ora mi concentro meglio. Hajime Murakami. Hajime Murakami. Hajime Murakami..."
Sullo schermo non apparvero altre immagini. Comparve invece una scritta, tutta in stampatello: "HAJIME MURAKAMI, APPARTENENTE AL CHUKAKU-HA. EVASO DAL CARCERE IL 18 MARZO 2068. FALSO ATTESTATO DI BUONA CONDOTTA TRASMESSO DALLA RETE. FALSO PERMESSO DI USCITA. ATTUALMENTE IRREPERIBILE."
Roubert si strappò la cuffia dal capo e allargò le braccia. "Non riesco proprio a capire. "Falso attestato", "falso permesso". La rete deve essere stata manipolata, ma non capisco come. Gli accessi sono rigorosamente controllati, su tutta la terra. E' una cosa gravissima."
Uno dei tecnici, un ragazzo allampanato dai capelli biondi e radi, sbuffò e alzò le spalle. "Non é poi così grave. L'evaso é uno solo, in tutto il Giappone. Anzi, a quanto ne so, in tutto il mondo. Prima o poi lo riacciufferanno."
Omori lo guardò di traverso. "Lei non ha capito la questione, giovanotto. L'essenza di uno stato sono le sue prigioni. E' lì che vengono sanzionate le condotte irregolari, e che chi governa si fa padrone delle vite altrui. Mi capisce?"
"Mica tanto."
"Governare vuole sempre dire farsi padrone delle vite degli altri, col loro consenso o meno. Quando non é possibile, non resta che il carcere. Cioè il dominio completo sull'esistenza di chi ha trasgredito alle regole. Buoni governi hanno buone prigioni, perché‚ hanno regole ferree, cioè ottime leggi. Adesso credo che lei mi capisca."
Roubert, senza perdere di vista lo schermo, agitò la mano. "Sono io che non la capisco. D'accordo, qui qualcuno si é impadronito di un pezzetto della rete. Ma cosa conta? Sono riusciti a fare evadere solo uno dei loro."
Omori sospirò. "Forse non mi sono spiegato bene. C'é in giro un individuo che ha disobbedito già due volte: la prima quando ha violato le leggi dandosi ad attività sovversive, la seconda quando si é sottratto alle costrizioni carcerarie. La libertà di costui é di per sè un'anomalia. Come se non bastasse, lui e i suoi amici sanno manipolare i nostri sistemi di controllo. Se non corriamo ai ripari, l'area sottratta al nostro comando crescerà a macchia d'olio."
Roubert guardò il pavimento. "Che cosa dobbiamo fare?" mormorò umiliato.
"Me lo dica lei." Il tono pacato di Omori ora lasciava trapelare una certa irritazione. "Ci sarà un qualche sistema di sicurezza, che permetta di isolare i dati alterati."
Ci volle qualche secondo prima che l'ingegnere borbottasse mesto: "No, non c'é. La rete é troppo complicata. E' impossibile controllarne tutte le articolazioni. I soli filtri sicuri sono quelli che governano gli accessi."
"Ma ci sarà pure un antivirus, un apparato di individuazione dei programmi parassitari!"
"Purtroppo no. Ripeto, solo gli accessi sono controllabili."
Questa volta Omori non poté impedirsi una smorfia di franca indignazione.
"Non vorrà dirmi che non c'é un responsabile della sicurezza del sistema! Intendo un sorvegliante umano!"
Il viso di Roubert si illuminò improvvisamente.
"Oh, sì che c'é! Il Webmaster! Lo avevo dimenticato! Sa, é tutto così automatico che..."
"Lo contatti, allora!" gridò il giapponese, indicando la cuffia. "Capisce che ogni minuto che passa può significare un'espansione dell'area fuori controllo? Ed é da marzo che quelli sono al lavoro! Adesso siamo in maggio!"
Per la fretta, Roubert calcò la cuffia al contrario. La raddrizzò con un gesto impacciato, poi strinse gli occhi. Quasi subito sullo schermo lampeggiò la scritta "WEBMASTER", sovrapposta a un viso umano.
Il viso che Omori, di indole pessimista, in fondo si attendeva: mascella prominente, maschera con fori triangolari per gli occhi, orecchie e punta simili a quelle di un gatto.
"Buongiorno, signori" disse Batman, arricciando le labbra in un sorriso malizioso. "Eccovi un aggiornamento sui cittadini che oggi si sono liberati dal dominio di Gotham City."
L'immagine cedette il luogo a una sequenza velocissima di schede segnaletiche. Solo che ogni scheda era in bianco, e la foto che la corredava era quella dell'uomo pipistrello. Poi riapparve il Batman originale. "Non li ho contati, ma sono varie migliaia. E volete sapere il bello? Non é che l'inizio... Come si dice in francese?"
"Ce n'est qu'un début" rispose macchinalmente Roubert.
Il viso grottesco nello schermo ampliò il suo sorriso. "Proprio così. Ce n'est qu'un début..."


