Parole/3



Come disse il “buon” Gustav le parole hanno un grandissimo potere, che se usate con “cura” possono non solo modificare un pensiero ma crearlo e incanalarlo in una determinata direzione, va da sè che questo potere bisogna saperlo maneggiare, non è una cosa che si improvisa di certo ( o si?) e per questo che apprendisti stregoni, moderni e non, studiano giorno e forse pure la notte come cambiare le carte in tavola, per usare un termine leggero.

Le guerre sono un esempio abbastanza logicamente lampante, e non fa eccezione alcuna, e ci mancherebbe, lo sterminio palestinese, trasformato in conflitto per la soppravivenza dell’unica democrazia mediorientale. Uno dei strumenti di difesa contro questa manipolazione dei cuori e delle menti, come dice il buon Santa (e non solo), è riuscire a capire come si propaga il male e quale mezzi usa e predilige, e sicuramente un buon mezzo di propagazione di questa incessante propaganda moderna è il linguaggio. Le parole.

Probabilmente ha ragione il vecchio Galeano quando dice che siamo abituati ad ascoltare e ripetere la voce del sucesso (ovvero del potere).

Questo è un articolo apparso in Le monde diplomatique del marzo del 2007 che offre un esempio di come il linguaggio dell’informazione possa essere falsato.



Le parole falsate del Medioriente


di Joris Luyendijk *


Capire il cosa, il dove, il quando, il chi e il come, poi ascoltare ogni parte in causa sul perché, badando a separare adeguatamente il fatto dall'opinione... Non è da tutto ciò che si riconoscono i giornali di qualità? E cosa promettono gli spot promozionali della Cnn, Fox News o Al Jazeera, se non l'obbiettività? «We report, you decide»: noi riportiamo i fatti, a voi decidere. Eppure, dopo aver lavorato cinque anni come corrispondente in Medioriente, la mia conclusione è pessimista: i giornalisti occidentali non possono descrivere precisamente, e meno ancora obbiettivamente, il mondo arabo né il Medioriente.

Pur seguendo alla lettera le regole giornalistiche, dipingono un quadro profondamente deformato della regione. Il problema principale riguarda l'uso delle parole: quelle che impiegano i giornalisti non significano niente per il pubblico europeo o americano, o sono semplicemente distorte. I migliori esempi di questi termini sconosciuti sono le parole «occupazione» e «dittatura». Ignorare la natura d'una dittatura non è solo appannaggio degli intellettuali o del grande pubblico.

Quando ero corrispondente, ricevevo a volte dei rimproveri dal caporedattore: perché ottenere un visto per l'Iraq di Saddam Hussein richiedeva così tanto tempo? E perché non ero ancora andato in Libia? «Come, non c'è il visto? Insista!» E che dire della domanda fatta da un celebre giornalista di cronaca che cercava l'indirizzo dei servizi segreti giordani... O di quel contabile che voleva le ricevute di tutte le persone che avevo pagato durante il mio viaggio nell'Iraq dell'ex-dittatore...

Eppure, il caporedattore, il giornalista di cronaca o il contabile seguivano l'attualità da vicino. Leggevano i giornali e guardavano la televisione. Ma in quale momento questi giornali o queste televisioni spiegano cos'è veramente una dittatura? Il libro che ho pubblicato l'estate scorsa spiega la paura, la diffidenza, il lavaggio del cervello, la corruzione e la distruzione delle risorse personali, dell'amor proprio. L'editore si è impegnato personalmente e l'ha letto diverse volte. È tornato dalla Fiera del libro di Francoforte pieno di entusiasmo: aveva parlato del libro a un collega egiziano che era interessato; stavo per sfondare nel mondo arabo! Era radioso, fino al giorno in cui gli è stato spiegato che esisteva una contraddizione in termini: una dittatura può autorizzare la pubblicazione di un libro che ha proprio per tema l'odiosa natura di questa dittatura? Anche dopo aver digerito cento pagine dedicate alla cultura della paura sulla quale fanno leva gli stati polizieschi, la parola «dittatura» era rimasta, per lui, un concetto astratto.

La parola «occupazione» può essere a sua volta priva di senso per i lettori e i telespettatori occidentali? Un tale vuoto spiegherebbe perché si moltiplicano le pressioni sull'Autorità palestinese perché dia prova di «fare tutto il possibile contro la violenza» quando non si chiede quasi mai ai portavoce del governo israeliano se «fanno abbastanza contro l'occupazione». Nessuno dubita che in Occidente il cittadino sappia cos'è la minaccia terrorista, se non altro perché i responsabili politici glielo ricordano continuamente. Ma chi spiega al pubblico occidentale il terrore che si nasconde dietro la parola «occupazione»? Qualunque sia l'anno a cui ci si riferisce, il numero di civili palestinesi uccisi a causa dell'occupazione israeliana è almeno tre volte superiore a quello dei civili israeliani morti a seguito di attentati. Ma i corrispondenti e i commentatori occidentali, che evocano i «sanguinosi attentati suicidi», non parlano mai della «sanguinosa occupazione».

Se gli orrori quotidiani dell'occupazione israeliana restano largamente invisibili, l'«informazione» proveniente dalle dittature arriva invece ai giornali e alle televisioni occidentali. Si presenta allora un secondo problema: quando i giornalisti descrivono gli avvenimenti, impiegano il termine di democrazie. Usano parole come «parlamento» o «giudice», dicono il «presidente Moubarak» anziché il «dittatore Moubarak», e parlano del Partito nazional democratico quando non è né «democratico» né un «partito». Citano un accademico del mondo arabo, ma dimenticano di aggiungere che è controllato e sorvegliato dai servizi segreti. Quando sullo schermo televisivo appaiono dei giovani arrabbiati che bruciano una bandiera danese in uno stato poliziesco, chiamano tutto questo una «manifestazione» e non un'operazione mediatica.

Lo sconcertante è che i corrispondenti che si trovano in Medioriente sanno bene cosa significa un'occupazione e una dittatura. Lavorano e vivono nei paesi arabi e nei territori palestinesi, hanno degli amici, dei colleghi e dei familiari che non possono contare su nessuna regola di diritto. Questi amici, questi colleghi, queste famiglie non sono cittadini, ma sudditi quasi senza difesa, e lo sanno. Ma in che modo il pubblico occidentale potrebbe sapere, sapere davvero, come funziona un sistema simile? Come potrebbe quando il vocabolario fa pensare che le democrazie e gli stati polizieschi funzionino in modo quasi simile, con un parlamento, un presidente e, persino, delle «elezioni»?

Il «falco» israeliano, il palestinese «estremista» Certe parole non dicono niente ai cittadini comuni. Altre evocano cose diverse da quello che si è voluto dire. Parole intrinsecamente fuorvianti: qualche minuto di zapping sui canali satellitari basta a dimostrarlo. Dobbiamo dire «Israele», l'«entità sionista», la «Palestina occupata»? «Intifada», «nuovo Olocausto» o «lotta d'indipendenza» ? Questo lembo di terra è «contestato» od «occupato», e deve essere «dato» oppure «reso»? È una «concessione» quando Israele rispetta un impegno preso che figura in un trattato che ha firmato? Sono definibili «negoziati» quelli tra israeliani e palestinesi, e in tal caso, qual è il margine di manovra dei palestinesi sapendo che il termine «negoziato» implica concessioni reciproche tra due parti più o meno uguali? Non ci sono parole neutre. Quale vocabolario adottare, allora? Mica facile scrivere un'agenzia di questo tipo: «Oggi in Giudea e Samaria/nei territori palestinesi /nei territori occupati /nei territori contesi /nei territori liberati/, tre palestinesi innocenti /terroristi musulmani/ sono stati eliminati preventivamente /brutalmente assassinati/uccisi dal nemico sionista/dalle truppe d'occupazione israeliane /dalle forze di difesa israeliane». O, sull'Iraq: «Oggi, i crociati sionisti/truppe d'occupazione americane /forze della coalizione hanno attaccato le basi della resistenza musulmana /dei terroristi/delle cellule terroriste».

La cultura occidentale è ottimista: quando mettete a fuoco un problema, siete pregati di proporre contemporaneamente una soluzione. Ma come uscire da questo bailamme linguistico, salvo forse riconoscere più apertamente il partito preso e i filtri inevitabili di ogni lavoro giornalistico, e mettere fine all'inganno degli slogan, frutto del marketing? Noi riportiamo i fatti, a voi decidere, d'accordo. Ma noi decidiamo cosa dovete vedere e come. Tuttavia, c'è una categoria di parole per le quali i media occidentali potrebbero fare meglio.

Perché un ebreo che reclama la terra che gli è stata donata da Dio è un «ultranazionalista», mentre un musulmano che fa lo stesso ragionamento è un «fondamentalista»? Perché un dittatore arabo che sceglie una politica diversa da quella degli occidentali è «antioccidentale», mentre questa etichetta non viene mai applicata nell'altro senso?
Immaginiamo un leader americano definito «radicalmente antiarabo»?
Un responsabile politico israeliano che crede che solo la violenza può proteggere il suo popolo è chiamato un «falco». Si è mai sentito parlare di un «falco» palestinese? No, è un «estremista» o un «terrorista».
I responsabili israeliani che credono al dialogo sono «colombe».
Però, un palestinese che sceglie la stessa strada è definito «moderato» ciò che lascia intendere che, malgrado la violenza alberghi nel cuore di ogni palestinese, quello è arrivato, sia ringraziato Allah, a «moderare» la sua natura profonda. E mentre Hamas «odia» Israele, nessun partito o leader israeliano ha mai «odiato» i palestinesi, neanche quando i suoi dirigenti approfittano del loro ruolo governativo per predicare le espulsioni. A meno che non si tratti di «pulizia etnica»? O di un «trasloco involontario»? O di un «trasferimento»?

note:
* Giornalista olandese, autore di Presque humains.
Images du Proche-Orient (in olandese, Podium, Amsterdam, 2006).


Solo parole


Se il buongiorno si vede dal mattino, il 2009 ha poco di buono da promettere. Difficile anche dire qualcosa di sensato, per questo ci sono altre voci, e inutile anche fare la “radiocronaca”, anche per questo ci sono, decisamente migliori, altre voci.

Ma dal momento che la Tortuga come altri è uscita dal letargo avendo perso il sonno, in mancanza di altri atti concreti da compiere, gli piace dedicare queste due parole:



Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,

non dimenticare il cibo delle colombe.

Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,

non dimenticare coloro che chiedono la pace.

Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,

coloro che mungono le nuvole.

mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,

non dimenticare i popoli delle tende.

Mentre dormi contando i pianeti , pensa agli altri,

coloro che non trovano un posto dove dormire.

Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,

coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.

Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,

e dì: magari fossi una candela in mezzo la buio.


Sperando

BONU ANNU A TOTUS


BUON ANNO A TUTTI


Mille e una nota

Dopo una pausa più o meno forzata, la Tortuga forse per il senso di colpa, si è decisa a riportare un breve scritto che riguarda la musica, e visto che a detta sua questo dovrebbe il primo di tanti (non ne siamo sicuri però), gli sembrava opportuno iniziare da, diciamo, lontano.



MILLE E UNA NOTA

Le basi della moderna notazione.

Occorrevano circa dieci anni. Dieci anni di faticoso e metodico memorizzare melodie per la liturgia, uno sforzo davvero immane. Il mestiere di Maestro Cantore, fino allo sviluppo di una notazione che potesse attivamente fungere da “corroborante mnemonico”, consisteva in tale sistematica e vorace assimilazione di canti e frammenti melodici al fine di assicurare un futuro alla tradizione del canto liturgico.

Il canto Cristiano d’occidente, quindi, si sviluppò per secoli, dopo l’evento di Cristo, senza alcun ricorso a formalizzazioni scritte nel repertorio. I primi documenti ufficiali a noi pervenuti che attestassero tale pratica sono da far risalire all’incirca ai 150 anni precedenti l’anno mille, anche se con tutta probabilità i primicerii, i maestri cantori, iniziarono a porre indicazioni musicali sulla pergamena, per proprio uso e consumo, già molti anni prima.

Le indicazioni riproducevano il gesto che solevano compiere con la mano per indicare l’ascesa o la discesa della melodia. Tale gesto, detto tecnicamente “chironomico” venne trascodificato per iscritto utilizzando prevalentemente i segni di interpunzione; alle sillabe del testo vennero sovrappostedelle indicazioni approssimative riguardanti l’altezza del suono, indicazioni che presero il nome di “neumi”.

La “notazione neumatica” assunse caratterizzazioni spiccatamente geografiche e fu legata alla volontà di privileggiare maggiormante le precisione nell’altezza delle note ( scuola di derivazione acquitana) piuttosto che le sfumature dell’evoluzione ritmica ed espressiva (San Gallo); in qualsiasi caso, data la funzione di mero supporto a una tradizione prettamente orale, ci si preoccupò unicamente di ricordare al cantore quelle particolari raffinatezze interpretative che una pur prodigiosa memoria avrebbe potuto non rammentare.





Il livello di aprossimazione della notazione neumatica fu, agli inizi, estremamente elevato. I segni di interpunzione, apposti sopra le sillabe del testo, erano in “campo aperto”, ovvero senza alcun riferimento che potesse permettere di esprimere qualcosa di assolutomriguardo l’altezza delle note. Questo tipo di notazione, detta “neumatica adiastematica” era in grado di indicare solamente per grandi linee se la melodia, rispetto all’intonazione iniziale, ascendesse o discendesse. Per poter dire “ di quale entità” fosse tale spostamento, ci sarebbero voluti dei riferimenti.

L’idea iniziale fu quella di porre una riga attorno alla quale disporre i segni. Con l’adozione della riga quale riferimento, la notazione, che ora era in grado di dire qualcosa di più nei confronti degli intervalli tra le note, divenne “diastematica”. Nella configurazione finale l’evoluzione della “diastemanzia” portò all’adozione di quattro righi. La sistematizzazione di tali tecniche si ebbe intorno all’anno mille grazie all’operare di un monano Benedettino nato a Talla, in provincia di Arezzo, e che da questa zone del Casentino prese il nome.




Guido d’Arezzo, il quale in musica ebbe altri meriti oltre a quelli legati all’evoluzione nella notazione, non fece altro, riferendoci all’aspetto trattato sopra, che coordinare i suggerimenti e i tentativi compiuti in diversi aree geografiche divulgando l’essenza, il sunto delle diverse acquisite conoscenze. Il suo sistema di notazione fu esposto nel Prolugus in Antiphonarium; tale sistema prevedeva l’adozione del “tetragramma” e la divisione di esso in proporzioni indicanti delle frasi musicali o parti interne ad esse.

Non era ancora maturata l’esigenza, tuttavia, di indicare con precisione le lunghezza delle note in virtù del fatto che il canto “monodico” non poneva problemi di “coordinamento” tra le diversi voci. In sostanza con l’avvento della polifonia diverrà irrunciabile un sistema in grado di permettere alle diverse voci di coordinarsi utilizzando in preciso “orologio”, e per costruire questo meccanismo ritmico sarà necessario definire l’unità di misura-base su cui fondare tutta l’impalcatura costruttiva.

Guido d’Arezzo, tuttavia, assunse un ruolo di estrema importanza nella musica del Medioevo per altri due fondamentali apporti innovativi. Innanzitutto per la cosidetta salmisazione, riassumibile in una geniale procedura mnemonica al fine di agevolare i cantori nell’intonazione dell’intervallo di semitono.

Un’altra importante innovazione introdotta da Guido riguardò l’invenzione delle note musicali. L’espediente mnemotecnico inventato per ricordarne l’esatta intonazione delle notesi fondava su alcune sillabe della prima strofa dell’inno liturgico in onore a San Giovanni Battista :


UT quaent laxis – Resonare fibris – Mira gestorum –

FAmuli tuorum SOLve polluti – LAbii rearum - Sancte Iohannes “.


Guido notò come gli emitichi di tale strofa iniziassero in modo da formare una ordinata successione di intervalli di toni e semitoni. Le prime sillabe di ogni emistichio permettevano di intonare una serie ascendente di sei note (serie detta “esacordo”); esse divennero il nome delle note stesse :

ut – re –mi – fa – sol – la –si.


Il si fu introdotto nel 1482 da Bartolomeo Ramis de Pareja mentre il passaggio da ut a do viene attribuito a Giovanni Battista Doni, il quale avrebbe utilizzato la prima sillaba del suo cognome.

La fondamenta della moderna notazione erano state poste.



Enzo Carlucci

Articolo apparso su “Medioevo”, numero 33 Ottobre 1999


Mercato, proprietà, anarchia


Certo è, che a credere alla Tortuga in questo spazio si sarebbe parlato solo di musica e pure in maniera grossolana, ma alla Tortuga non bisogna fare affidamento, non per nulla anche il servizio di leva dello Stato nella sua lungimiranza l’aveva previsto, cercando di fargli fare il servizio per la patria in marina, visto che a promesse pare proprio un marinaio.

E invece, dopo le giornate di pioggia intensa, eccoci di nuovo a parlare di una faccenda che a suo dire riveste la sua importanza, e per far questo vuole ri-proporre un vecchio articolo di ben nove anni, ripescato chissa dove, che tratta dell’ormai trita e ritrita questione tra l’Anarchia (qualunque cosa sia) e il mercato (qualunque cosa sia).

Per conto mio non posso far altro che mettere in guardia eventuali lettori e dire che questa faccenda ha un poco stancato, essendo pratiche teoriche pressochè inutili. Vista pure la fase attuale che stiamo attraversando.


Mercato, proprietà, anarchia

di Pietro Adamo

Alle critiche di Carlo Oliva sullo scorso numero, Pietro Adamo replica spiegando perché, a suo avviso, l’anarchismo non possa non essere "liberale".

Negli ultimi tempi mi capita spesso di essere corteggiato. Non solo per le mie (palesemente straordinarie) virtù psicofisiche: mi capita di essere corteggiato perché dichiaratamente anarchico. L’esperienza è nuova. Da destra e da sinistra, da laici e meno laici, da accademici e movimenti undeground, mi giungono segnali di stima e di apprezzamento. Viviamo in tempi di sdoganamento (perlomeno culturale). La caduta dei regimi del socialismo reale ha apparentemente potenziato tutte le tradizioni a sinistra marginalizzate e criminalizzate nel corso del secolo. Mi pare di assistere a una specie di corsa all’anarchia (e all’altro esempio di purezza quasi "incontaminata" a sinistra, il socialismo libertario): le riviste del liberismo ultrà, i quotidiani moderati, gli organi degli ex partiti della sinistra marxista, i movimenti ecologisti e affini, gli ex campioni pentiti della "rivoluzione comunista", fanno quasi a gara per appropriarsi di qualche pezzo del pensiero anarchico, reclamandone l’affinità con i propri paradigmi.
Il buon Carlo Oliva, colonna di "A" da molti anni, mi accusa però di compiere un’operazione di sdoganamento di segno inverso, ovvero di tentare - alla pari con D’Alema & Co. - di legittimare una particolare filosofia politica- nel mio caso l’anarchismo - con il ricorso al tema dell’ "eredità liberale". In parte ha ragione. Ma prima di avventurarmi in una risposta specifica agli addebiti del compagno Oliva, che grosso modo mi imputa, con la mia apologia dell’ethos liberale, di fare il gioco dei berlusconiani, voglio precisare il senso del lessico che ho usato e delle relazioni dell’anarchismo con termini (civiltà liberale, mercato, proprietà privata) che sembrano suscitare in alcuni un’avversione viscerale incontrollata.
Se si parla in pubblico di "civiltà" o ethos liberale si può essere certi di evocare una precisa serie di immagini: il neoliberismo rampante, le imprese del duo Reagan/Thatcher, i licenziamenti di massa nelle industrie del Nord del mondo, i bambini dell’estremo Oriente intenti a cucire Nikes per un tozzo di pane, e così via. Ma dal mio punto di vista il termine ha tutt’altra accezione. Per "ethos liberale" io intendo la lotta condotta nel corso dell’età moderna e contemporanea contro le nozioni di assolutismo, autocrazia, gerarchia, privilegio, in nome degli ideali collegati alla libertà individuale e ai diritti umani. Certo, si è trattato di uno sforzo prodotto in buona parte da quei ceti e quei gruppi sociali che lottavano per la propria autoaffermazione (i "borghesi", direbbe probabilmente Carlo), ma interpretare in un ristretto senso classista il fenomeno significherebbe trascurarne proprio l’istanza centrale, la ricerca della liberazione individuale e collettiva. Nel travaglio della modernizzazione i gruppi subalterni si sono spesso impadroniti delle parole d’ordine delle libertà "liberali", riplasmandole secondo fini ed esigenze proprie. In molti momenti (rivoluzionari o meno) si colgono slittamenti di discorso che puntano ad ampliare la sfera delle libertà, universalizzandone i fondamenti ispiratori e applicandoli a ogni ambito dell’azione umana. E protagonisti di questo "slittamento" sono spesso uomini e donne appartenenti ai ceti più infimi, che rivendicano non solo la libertà di religione o di stampa, ma quella di associazione, quella sessuale, quella economica, sino a postulare un generale ridisegnamento della società sulla base del principio della libera sperimentazione

Contro il totalitarismo

Di questo ethos è figlio l’anarchismo. Anzi, per certi versi, solo l’anarchismo ha dato dignità sistematica di pensiero a queste tendenze della civiltà liberale. E se il liberalismo è divenuto, nel corso dei secoli, essenzialmente una giustificazione dello status quo, ciò non ne pregiudica affatto le potenzialità rivoluzionarie. "Nell’epoca eroica della filosofia liberale, che si estese gradualmente sulla religione, la scienza, l’economia e la politica, dal Cinquecento al Settecento, i liberali stavano dicendo più o meno ciò che dico io", ha ammesso Paul Goodman, lamentando la successiva "catastrofe" della tradizione: "Ed è per questo", ha concluso, "che oggi, dopo l’Ottocento, alcuni di noi liberali hanno scelto di definirsi anarchici".1
Entro questo ethos troviamo però sia il mercato sia la proprietà privata. Ora, per capire come questi due "orrori" siano non solo integrabili in una società libertaria, ma non possano non costituirne parte essenziale, è necessario a mio parere uno sguardo all’esperienza del Novecento che non si fermi agli effetti pratici recenti del neoliberismo. Il fenomeno del totalitarismo, sia nei suoi aspetti di determinazione della vita quotidiana, come nei casi classici del fascismo e del comunismo, sia in quella tendenza all’irregimentazione culturale del dissenso che abbiamo imparato a distinguere nel concreto funzionamento delle società occidentali del tardo ventesimo secolo, ci ha insegnato alcune lezioni cui non possiamo rinunciare, ovvero che in un qualsiasi sistema sociale la misura della libertà è proporzionale alla facoltà di scelta, e che l’accentramento delle funzioni economiche e politiche restringe necessariamente questa misura. Il processo opposto, che incarna al meglio il progetto libertario, è costruito sulla tesi di un generale decentramento di queste stesse opzioni. Ma, se non si ipotizza una qualche forma di unità centrale che pianifichi e disponga dell’allocazione delle risorse, cosa che probabilmente riprodurrebbe la logica totalitaria, non ci resta che - se sposiamo sino in fondo le implicazioni del principio della libera sperimentazione - affidarci al libero e spontaneo gioco delle interazioni tra comunità e comunità e tra individuo e individuo. Io chiamo "mercato" il quadro entro cui si situa questa rete di rapporti, un quadro che a mio parere dovrebbe essere caratterizzato dalla più o meno intuitiva correlazione tra domanda/offerta e libero adattamento delle risorse umane.
La differenza tra il "libero mercato" capitalistico del tardo ventesimo secolo e questa ipotetica "società di mercato" libertaria sta proprio nella cornice di sfondo: laddove il "mercato" berlusconiano è concepito, un po’ religiosamente, all’interno di una fede assoluta nelle sue capacità di autoregolarsi per vie esclusivamente economiche (intese nel ristretto senso di "finanziarie"), il "mercato" libertario dovrebbe essere inteso come uno dei prodotti di una logica e di un immaginario sganciati dal nesso economia/dominio, ovvero come il risultato di un libero gioco nel quale entrino anche considerazioni culturali e sociali, che potrebbero prendere l’aspetto di decisioni individuali e di decisioni collettive, comunitarie e transcomunitarie. Sia ben chiaro: non sto dicendo che alla comunità (qualsiasi forma essa assuma nel concreto) spetti il controllo della vita economica, ma che la comunità e l’individuo dovrebbero essere in grado di partecipare al complesso delle interazioni socioeconomiche ciascuno apportando i suoi specifici valori, etici, sessuali, religiosi o altro, in un "libero gioco" che presupponga la costante ricerca di un punto di equilibrio, raggiungibile però solo in via (consapevolmente) provvisoria.
All’interno di questo "mercato" libertario, la proprietà assume a mio parere una funzione importante. Troppo spesso si crede che lo slogan proudhoniano "la proprietà è un furto" corrisponda all’apologia anarchica del comunismo (come mi pare pensi il mio interlocutore Oliva). Di fatto Proudhon chiude il suo libello del 1840 con un violentissimo attacco al comunismo, che accusa di violare "l’autonomia della coscienza e l’eguaglianza". Il suo ideale è fondato prima "sull’eguaglianza delle condizioni, cioè dei mezzi, non sull’eguaglianza del benessere, la quale a parità di mezzi dev’essere opera del lavoratore", e poi - sorpresa, sorpresa - sul "possesso individuale", unica "condizione della vita sociale", e infine, sulla "libera associazione, la libertà, che si limita a mantenere l’eguaglianza nei mezzi di produzione e l’equivalenza negli scambi", fondamenti della "sola forma di società possibile". In un trattato più tardo, giunse a ridefinire il ruolo della proprietà nella società libera come "uno strumento di garanzia, di libertà, di giustizia e di ordine"2 .
Ho citato proprio Proudhon, noto appunto come inventore del sopra citato slogan, per dimostrare che le opinioni anarchiche sulla proprietà sono ben lontane dall’appiattirsi su una sua banale negazione. Se è vero che buona parte dei libertari del tardo Ottocento ha accettato la logica del comunismo, è altrettanto vero che altre tendenze del movimento - degnamente rappresentate dallo stesso Proudhon, per esempio - hanno colto con perspicacia maggiore il pericolo totalitario insito nell’idea di una società senza proprietari, in cui l’unico vero "proprietario" sia lo stato, la comunità o altro ente adeguato.

Mercato e anarchia

E dopo l’esperienza del primo Novecento molti teorici dell’anarchismo hanno recuperato l’idea del "possesso" come sbarramento alla formazione (o alla riformazione) dei meccanismi della coercizione statuale, da un lato inserendola nella cornice della sopra citata "società di mercato" libertaria fondata sull’interazione individuo/comunità (che per certi versi implica una costante risindacazione dei diritti di proprietà concreti), dall’altro valorizzandone le istanze associative legate al suo possibile (e forse desiderabile) statuto collettivo.
Credo che questo quadro costituisca uno dei punti di riferimento più significativi di alcune delle più potenti elaborazioni degli esponenti dell’anarchismo post-classico. Il riferimento può essere immediato nel caso di Camillo Berneri, autodefinitosi "liberista", che si dichiarò favorevole alla "libera concorrenza tra lavoro e commercio cooperativi e lavoro e commercio individuali"3 . O nel caso di Colin Ward, la cui prospettiva gradualista, decentralista e federalista sembra presupporre, come fondamento della generalizzazione della sperimentazione anarchica, una "società di mercato" libertaria.
Può essere più sfumato e problematico nel caso di Luce Fabbri, che ha più volte riaffermato la propria fedeltà al modello socialista nei termini della "proprietà collettiva dei mezzi di produzione e di scambio"; tuttavia la sua ripetuta insistenza sull’ "associazione che moltiplica ed estende sino ai limiti dell’universo conosciuto le possibilità e le irradiazioni dell’azione individuale", o che "moltiplica all’infinito le proiezioni dello sforzo individuale", parrebbe anch’essa implicare, con i suoi riferimenti per certi versi obbligati a un contesto incentrato su un qualche tipo di scelta/concorrenza tra opzioni differenti, una forma di convivenza non molto diversa dal "mercato" libertario.
Posso ora rispondere alle critiche del compagno Oliva. Sono sostanzialmente d’accordo sull’idea che le tradizioni vadano valutate nel loro complesso e che certamente il mondo del tardocapitalismo contemporaneo deve molto ad una sostanziale interpretazione moderata e immobilista dei principi del liberalismo. Ma ciò non significa che tutte le tradizioni vadano messe sullo stesso piano. Ci sono serie differenze strutturali tra socialismo, comunismo, anarchismo e liberalismo. La più cogente è che tra esse solo il comunismo ("reale", ovviamente) sembra implicare strutturalmente - o almeno questa è la lezione della storia - la caduta nel totalitarismo: "Tante strade conducono alla dittatura dalla democrazia e nessuna dal liberalismo", scriveva agli inizi degli anni Trenta Rudolf Rocker, intendendo con "democrazia" le differenti versioni del principio della volontà generale - tra le quali la più nota all’epoca era quella comunista)5.
Sì, Carlo ha ragione. Io credo effettivamente che non si dia società libera senza proprietà privata. Nelle società complesse non tribali, dall’antico Egitto alla Francia del Re Sole sino all’Unione Sovietica, l’assolutismo tendente al totalitarismo si è sempre imperniato sulla negazione del diritto di proprietà dei singoli. Nel caso del fascismo esso era ancora accettato, anche se in un contesto in cui erano date per scontate le superiori esigenze della nazione.

Libertà di intrapresa

Insomma, anche se la proprietà privata non pare essere condizione sufficiente per poter indicare come "libera" una certa società, mi sembra proprio che ne rappresenti una condizione necessaria Proprietà privata, quindi, ma non necessariamente individuale. I passi di Camillo Berneri e Luce Fabbri sopra citati implicano (nel primo pensatore in modo esplicito) un mondo sociale in cui i meccanismi della produzione siano affidati in buona parte a cooperative e comunità in concorrenza tra loro sul piano economico. Questo genere di comunismo volontario in un contesto "aperto" (in cui cioè non viga alcuna forma di proibizione esplicita della proprietà individuale) mi pare perfettamente congruente con i principi di una (possibile) società libertaria.
È vero che l’insistenza anarchica sulla libertà integrale (sfera economica compresa) induce alcuni a scorgerne un’affinità con i teorici del liberismo ultrà. Questa affinità c’è e mi pare sia innegabile. Ci sono anche ovvie e marcate differenze. Come ho scritto sopra, l’ideale "mercato" libertario si situa in un contesto in cui si incrociano istanze non solo economiche, ma etiche, politiche, sociali, e cosi via. La libera sperimentazione anarchica potenzia tutte le sfere in cui l’uomo agisce, non solo quella economica: proprio dall’interazione di queste sfere dovrebbe risultare una sorta di limite all’ambito del "mercato". Il motivo per cui il liberismo berlusconiano è squisitamente conservatore è che si tratta di una "libera sperimentazione" limitata alla sfera economica: è noto che, in quanto a famiglia, sesso, religione, eccetera, i forzaitalioti non sono altrettanto "liberisti". Ma, carissimo Carlo, per gli anarchici la libertà di intrapresa è, per cosi dire, un principio irrinunciabile, genetico: non possiamo certo sacrificare la nostra identità più profonda perché una sinistra miope, statolatra e protezionistica ha permesso alla destra di appropriarsi delle parole d’ordine della libertà. C’è il rischio di trovarsi a fianco dei liberisti? Questo rischio lo correremo (non possiamo non farlo), curandoci di sottolineare, ogni qualvolta ne avremo l’occasione, la differenza tra noi e loro.
Mi chiedi di scegliere tra gli oppressi e gli oppressori, tra "i padroni e chi padrone non è". Mi sorprende che tu sia tanto certo di poter identificare con sicurezza le due categorie. La realtà sociale del mondo tardocapitalista mi pare un po’ complessa per manicheismi di questo genere. Sulle grandi corporations e sull’intreccio affari/politica egemone in questo mondo siamo d’accordo (in negativo, ovvio). Ma su altri soggetti sociali trovo più difficile pronunciarmi: l’impiegato statale, miglior simbolo del parassitismo; l’operaio (para)statale, interessato alla protezione a oltranza dei suoi privilegi (pagati dal resto della popolazione); all’opposto dello spettro, il piccolo imprenditore "creativo" (ne esistono, pare); il commerciante oberato dalle tasse; non sono sicuro di poter dire a quali categorie (se "oppressi" o "oppressori") questi soggetti appartengano, anche se gli ultimi due sono chiaramente "padroni". E quand’anche si parlasse di chi vive in situazioni di reale disagio (i "diseredati"), non sono certo di potere condividere le ricette economiche e politiche usualmente proposte da loro o dai loro portavoce, che mi paiono culminare, con la loro insistenza sul protezionismo, in un potenziamento dei poteri forti associati proprio allo stato e al parastato.



1. P. Goodman, Is Anarchism Distinct from Liberalism?, ora in Patterns of Anarchy, a cura di L. Krimerman e L. Perry, Anchor Books, New York 1966, pp. 55-56.
2. P.J. Proudhon, Che cos’è la proprietà?, tr. it. Laterza, Bari 1978, pp. 268, 286, 290, 292; La dimensione libertaria di P.J. Proudhon, tr. it. a cura di N. Berti, Città Nuova, Roma 1982, pp. 190-191.
3. C. Berneri a L. Battistelli, in Epistolario inedito, vol. I, a cura di A. Chessa e P.C. Masini, Archivio Famiglia Berneri, Pistoia 1980, p. 19. Berneri si autodefinisce "liberista" in questa stessa lettera, ma nell’edizione sopra citata il termine è stato scorrettamente trascritto come "liberalista" (se ne veda l’originale nell’Archivio Famiglia Berneri di Reggio Emilia).
4. L. Fabbri, La strada, Edizioni Studi Sociali, Montevideo 1952, pp. 17-18.
5. R. Rocker, Nazionalismo e cultura, tr. it. 2 voll., Edizioni Anarchismo, Catania 1977, I, p. 155.


Fonte: A rivista anarchica anno 29 numero 253 aprile 1999

Tortuga

Il 4 novembre uscirà nelle librerie Tortuga (Mondadori Strade Blu), il nuovo romanzo di Valerio Evangelisti. Una storia avventurosa, ma documentata, di pirati, abbordaggi, amori, duelli, non priva di un sottofondo filosofico. ( www.eymerich.com )



Bè che dire... grazie, ma non c’era bisogno... il tuo breve scritto mi è piaciuto e lo messo nel blog, tutto qui, non era neccessario tutto questo, addirittura il titolo di un libro...., Grazie.


Fuga da Gotham City

E va bè, ci diamo anche alla fantascienza...




FUGA DA GOTHAM CITY


di Valerio Evangelisti



La mole mastodontica del Vortex, la gigantesca stazione orbitale che gestiva per conto dell'ONU tutte le reti di comunicazione satellitari, ruotava pigra su se stessa, mentre compiva l'ennesimo periplo della terra. All'interno, la gravità artificiale rendeva inavvertibili i moti di quello sterminato castello d'acciaio galleggiante nello spazio. Eppure al signor Omori, capo della polizia di Tokyo, parve di provare una leggera vertigine, mentre seguiva una squadra di tecnici lungo il corridoio che univa il corpo della stazione a uno dei moduli più remoti.
"Siamo sicuri che il suolo sia stabile?" chiese preoccupato, nel suo inglese grottesco in cui ogni vocale tendeva a somigliare a una "a".
Roubert, l'ingegnere capo, si girò con un lampo ironico negli occhi. "Certo. Se avverte un lieve giramento di testa, é solo perché‚ in questo braccio la gravità é minore. Il motivo é ovvio: nei moduli esterni la rotazione é più lenta che nel corpo centrale."
"Già. Avrei dovuto pensarci" mormorò Omori, sorridendo contrito. Era abituato a considerare ogni errore o dimenticanza, per quanto veniale, come una colpa gravissima. In quei casi, la consueta impassibilità del suo viso veniva incrinata da un sorriso imbarazzato, tanto più largo quanto più forte era il disagio. Erano le sole circostanze in cui sorrideva.
Si ricompose molto presto. Il corridoio era terminato, e stavano scendendo una scala a chiocciola che pareva senza fine, tra pareti luminescenti istoriate di circuiti stampati. Roubert e i suoi quattro tecnici balzavano con disinvoltura di gradino in gradino, dimostrando familiarità con quell'ambiente. Omori, invece, cercava di posare il piede con prudenza; ma presto fu costretto ad accelerare la discesa, per non perdere il contatto con i compagni.
Finalmente Roubert e gli altri si fermarono su un pianerottolo spazioso, e attesero che il giapponese li raggiungesse. L'ingegnere fece un gesto circolare, indicando i circuiti e le spie luminose che li attorniavano. "Ecco, signor Omori, il suo paese é tutto qua."
Il poliziotto nascose con cura il proprio stupore. "Tutto il Giappone?" chiese in tono neutro.
"In un certo senso sì. Qui sono immagazzinati i dati di tutti gli abitanti in possesso di carta di identità. Come si chiama il suo uomo?"
"Hajime Murakami. Ma non so se abbia una carta di identità."
"Vediamo subito."
Roubert si accostò a un piccolo schermo incastonato nella parete, sovrastato dalla scritta "BIOMUSE". Di fianco pendeva una cuffia. La staccò dal gancio e la calcò sulle orecchie. Lo schermo si accese automaticamente, con uno sfrigolio soffocato.
Roubert si portò indice e pollice alla radice del naso, poi chiuse gli occhi, come se stesse pensando intensamente. Quando li riaprì, una lunga fila di nomi tutti identici, seguiti da una serie di dati, stava scorrendo sul monitor. Scosse il capo. "Di Hajime Murakami ne esistono centinaia. Può dirmi qualcosa di più? Mi basta un aggettivo, o anche un sostantivo che abbia attinenza con la vita della persona che cerca."
"Pensi alla parola sovversivo... No, aspetti. Pensi a Chukaku-Ha. E' il nome del gruppo terroristico a cui appartiene Murakami."
"L'anno di riferimento?"
"Quello attuale. Il 2068."
L'ingegnere si concentrò nuovamente, premendo la cuffia sulle orecchie.
Trascorsero pochi secondi, poi sullo schermo apparve il filmato di una manifestazione. Una falange di giovani, probabilmente studenti, avanzava reggendo bandiere issate su lunghissime canne di bambù. Calcavano caschi da minatori, coperti di scritte. A un certo punto il corteo si arrestò. La prima fila dei dimostranti abbassò i bambù. L'inquadratura si allargò a comprendere una schiera di uomini in divisa visti di schiena. I lacci incrociati sulle loro scapole sostenevano corpetti d'acciaio. Avevano elmetti molto larghi, che coprivano loro la nuca. Se non fosse stato per la visiera in plexiglas, si sarebbe potuto scambiare quei poliziotti per combattenti prussiani della prima guerra mondiale.
"Sembrano samurai" mormorò uno dei tecnici.
"Il guaio é che anche gli altri sembrano samurai." Omori toccò con l'indice lo schermo. "Vedete quei bambù? Tagliati di sbieco, sono affilati come lame. Per questo gli agenti indietreggiano, mentre il corteo viene avanti."
Forse si sarebbe dilungato in altre spiegazioni, ma intanto l'immagine era cambiata. Ora si vedeva una saletta con le pareti di mattoni rossastri, illuminate da fredde luci al neon. Un poliziotto in divisa ordinaria, seduto dietro un banco, stava prendendo le impronte di un giovane curvo di fronte a lui, in tenuta da prigioniero. Altri due poliziotti seguivano l'operazione a qualche passo di distanza.
"Ecco, é qui che le nostre immagini si deformano!" esclamò Omori, improvvisamente eccitato. "Quando, tra poco, il detenuto si girerà, noi non riusciamo a vederne il volto!"
Roubert alzò le spalle. "Un comune difetto di trasmissione. Qui é tutto regolare. La registrazione é integra."
Sullo schermo, il poliziotto lasciò le mani del giovane, che si raddrizzò. Poi si voltò lentamente. Dalle labbra di Roubert e dei suoi uomini uscì un'esclamazione stupita. Il prigioniero aveva lo stesso viso di Batman. Orecchie a punta, maschera nera, fori per gli occhi triangolari, mascella quadrata. Batman in persona, disegnato con pochi tratti e colorato a pennellate vivaci. Ma quella testa si adattava perfettamente al corpo.
"Non é un difetto di trasmissione" commentò mestamente Omori.
"Ogni volta che cerchiamo di visualizzare Murakami, riceviamo quell'immagine ridicola. Qualcuno ha manomesso il Vortex."
"Ma non é possibile!" esclamò Roubert. Premette con forza la cuffia attorno al cranio. "Ci saranno altri fotogrammi, no? L'ingresso in cella, l'incontro con i compagni di braccio... Ora mi concentro meglio. Hajime Murakami. Hajime Murakami. Hajime Murakami..."
Sullo schermo non apparvero altre immagini. Comparve invece una scritta, tutta in stampatello: "HAJIME MURAKAMI, APPARTENENTE AL CHUKAKU-HA. EVASO DAL CARCERE IL 18 MARZO 2068. FALSO ATTESTATO DI BUONA CONDOTTA TRASMESSO DALLA RETE. FALSO PERMESSO DI USCITA. ATTUALMENTE IRREPERIBILE."
Roubert si strappò la cuffia dal capo e allargò le braccia. "Non riesco proprio a capire. "Falso attestato", "falso permesso". La rete deve essere stata manipolata, ma non capisco come. Gli accessi sono rigorosamente controllati, su tutta la terra. E' una cosa gravissima."
Uno dei tecnici, un ragazzo allampanato dai capelli biondi e radi, sbuffò e alzò le spalle. "Non é poi così grave. L'evaso é uno solo, in tutto il Giappone. Anzi, a quanto ne so, in tutto il mondo. Prima o poi lo riacciufferanno."
Omori lo guardò di traverso. "Lei non ha capito la questione, giovanotto. L'essenza di uno stato sono le sue prigioni. E' lì che vengono sanzionate le condotte irregolari, e che chi governa si fa padrone delle vite altrui. Mi capisce?"
"Mica tanto."
"Governare vuole sempre dire farsi padrone delle vite degli altri, col loro consenso o meno. Quando non é possibile, non resta che il carcere. Cioè il dominio completo sull'esistenza di chi ha trasgredito alle regole. Buoni governi hanno buone prigioni, perché‚ hanno regole ferree, cioè ottime leggi. Adesso credo che lei mi capisca."
Roubert, senza perdere di vista lo schermo, agitò la mano. "Sono io che non la capisco. D'accordo, qui qualcuno si é impadronito di un pezzetto della rete. Ma cosa conta? Sono riusciti a fare evadere solo uno dei loro."
Omori sospirò. "Forse non mi sono spiegato bene. C'é in giro un individuo che ha disobbedito già due volte: la prima quando ha violato le leggi dandosi ad attività sovversive, la seconda quando si é sottratto alle costrizioni carcerarie. La libertà di costui é di per sè un'anomalia. Come se non bastasse, lui e i suoi amici sanno manipolare i nostri sistemi di controllo. Se non corriamo ai ripari, l'area sottratta al nostro comando crescerà a macchia d'olio."
Roubert guardò il pavimento. "Che cosa dobbiamo fare?" mormorò umiliato.
"Me lo dica lei." Il tono pacato di Omori ora lasciava trapelare una certa irritazione. "Ci sarà un qualche sistema di sicurezza, che permetta di isolare i dati alterati."
Ci volle qualche secondo prima che l'ingegnere borbottasse mesto: "No, non c'é. La rete é troppo complicata. E' impossibile controllarne tutte le articolazioni. I soli filtri sicuri sono quelli che governano gli accessi."
"Ma ci sarà pure un antivirus, un apparato di individuazione dei programmi parassitari!"
"Purtroppo no. Ripeto, solo gli accessi sono controllabili."
Questa volta Omori non poté impedirsi una smorfia di franca indignazione.
"Non vorrà dirmi che non c'é un responsabile della sicurezza del sistema! Intendo un sorvegliante umano!"
Il viso di Roubert si illuminò improvvisamente.
"Oh, sì che c'é! Il Webmaster! Lo avevo dimenticato! Sa, é tutto così automatico che..."
"Lo contatti, allora!" gridò il giapponese, indicando la cuffia. "Capisce che ogni minuto che passa può significare un'espansione dell'area fuori controllo? Ed é da marzo che quelli sono al lavoro! Adesso siamo in maggio!"
Per la fretta, Roubert calcò la cuffia al contrario. La raddrizzò con un gesto impacciato, poi strinse gli occhi. Quasi subito sullo schermo lampeggiò la scritta "WEBMASTER", sovrapposta a un viso umano.
Il viso che Omori, di indole pessimista, in fondo si attendeva: mascella prominente, maschera con fori triangolari per gli occhi, orecchie e punta simili a quelle di un gatto.
"Buongiorno, signori" disse Batman, arricciando le labbra in un sorriso malizioso. "Eccovi un aggiornamento sui cittadini che oggi si sono liberati dal dominio di Gotham City."
L'immagine cedette il luogo a una sequenza velocissima di schede segnaletiche. Solo che ogni scheda era in bianco, e la foto che la corredava era quella dell'uomo pipistrello. Poi riapparve il Batman originale. "Non li ho contati, ma sono varie migliaia. E volete sapere il bello? Non é che l'inizio... Come si dice in francese?"
"Ce n'est qu'un début" rispose macchinalmente Roubert.
Il viso grottesco nello schermo ampliò il suo sorriso. "Proprio così. Ce n'est qu'un début..."


Cosa resta da fare



Il tempo un cui ci è dato di vivere, si sa, non è dei migliori, la fine di un ciclo si dice, il culmine della decadenza, e si vede. Si sente, se ne respira l’aria, siamo dentro un vortice che spinge giù e pare che nulla ci possa far tornare su, nessuno, o quasi, pensa più di tornare su, nessuno o quasi pensa che ci sia un sopra in cui tornare. Una situazione che la Tortuga non riesce a spiegare al meglio se non nell’osservazione dei fatti più materiali, se così possiamo dire, nella “politica” nell’economia, nel sentire delle persone che non si fermano minimamente a riflettere su quello che gli stà attorno, e continuano il percorso tracciato da individui “poco raccomandabili”, come se sia la cosa più naturale che ci sia ( e forse è proprio così).

Insomma cosa resta da fare quando tutto pare convergere verso un totale disfaccimento dei più basilari valori della vita umana? Quando ci si accorge che il proprio pensiero, forse non è proprio tuo, quando l’uomo è schiacciato con forza a terra e neanche la vista delle stelle suscita più emozioni, quando la vita si riduce a un “consuma, produci, crepa” istituzionalizzato, quando si ratificano trattati europei vergognosi, quando delle crisi economiche vengono progettate per un fine ben preciso, cosa rimane da fare quando si incomincia a costruire dei campi di detenzione per possibili futuri insorti, quando il cibo è slegato dalla sua naturale evoluzione e viene modificato per rispondere a logiche criminali, quando la guerra diventa il motore del mondo? In poche parole cosa resta da fare quando si è vicini alla fine della storia?


Forse poco, forse nulla. Anche se la Tortuga è convinto che almeno una cosa rimasta da fare ci sia .
Darsi alla musica..





P.S. queste due righe (che a pensarci bene non si sa ne perchè sono state scritte nè per chi) non devono essere percepite in maniera negativa, nostante tutto oggi c’è un bel sole caldo. E Anarchicamente parlando, finche c’è lotta c’è speranza. Profanamente(da profano) parlando.


Quanto?


In questo periodo di "instabilità" per usare un eufemismo, con i suoi tragici possibili sviluppi (la parola possibili viene qui usata in un'eccesso di ottimismo), la Tortuga (e non solo) in un crescente di curiosità malsana si chiede spesso :


Che cosa e quanto tempo occorre per far precipitare definitavamente la situazione?

Il film Mary Poppins ci offre una possibile risposta...







Per non parlare se finisce il caffè..

La scuola digitale


Per una scuola più efficiente, moderna, formativa e pronta alle sfide del futuro... e per "marciare a tappe forzate per colmare il grado di ritardo che abbiamo trovato nell'istruzione pubblica"

Da Puntoinformatico:

La Scuola italiana si butta sulle lavagne touch



Il Governo ci crede, il premier Silvio Berlusconi è ufficialmente tornato a parlare delle 3 "i" a suo dire affossate dalla sinistra. Ora non c'è più tempo da perdere, ha spiegato, e per la scuola digitale occorre procedere "a tappe forzate" per "colmare il ritardo". Su quali siano le tecnologie di svolta in questa prima fase del rilancio si è dilungata invece il ministro all'Istruzione Mariastella Gelmini, che ha spiegato come dai primi di novembre inizieranno le consegne in tutta Italia di 10mila lavagne interattive multimediali. Dispositivi che saranno indirizzati in questa prima fase alle scuole medie. Si tratta, ha spiegato il Ministro, solo di un primo intervento, dell'inizio di una distribuzione a pioggia nelle classi, tanto che entro la fine del 2009 il Governo prevede di riuscire a piazzare le lavagne in almeno il 40 per cento delle scuole. Ai 20 milioni di euro spesi per l'avvio del progetto, l'anno prossimo se ne aggiungeranno altri 10, "per mettere a disposizione di altre scuole - ha dichiarato Gerlmini - questa nuova modalità di apprendimento". Va detto che le lavagne note come "LIM" , non sono certo una invenzione dell'ultimo minuto: ormai da qualche anno queste lavagne, caratterizzate da uno schermo touch, vanno diffondendosi nelle scuole. Lo schermo è collegato a laptop, videoproiettore e casse, il che consente di aumentare il tasso di interattività di molte diverse tipologie di corsi. In particolare alunni ed insegnanti, questo il proposito del Governo e questo quanto è emerso dalle sperimentazioni che si sono fin qui tenute a livello regionale nell'uso delle LIM, possono facilmente adottare il nuovo supporto al di fuori delle lezioni di informatica, dove spesso è confinato l'uso di queste tecnologie. Documenti di ogni genere, dai disegni ai testi, possono essere richiamati ed "utilizzati" sulle lavagne, sia dal docente che dai ragazzi. Per utilizzare al meglio questi strumenti, evidentemente, i docenti devono essere formati, da qui il coinvolgimento dell'Agenzia nazionale per lo sviluppo dell'autonomia scolastica, che avrà il compito di raccordarsi con almeno 24mila insegnanti, con i quali si individueranno nuove formule didattiche che sfruttino al meglio le nuove possibilità.

Continua

Bando di gara

Lavagne

Porta Pia/2

Piccolo pensiero di un intelletuale comunista della prima metà del ‘900 su Porta Pia:


"..Porta Pia non fu che un meschino episodio, militarmente e politicamente. Militarmente non fu che una grottesca scaramuccia. Fu veramente degna delle tradizioni militari italiane. Porta Pia rassomiglia - in piccolo- a Vittorio Veneto. Porta Pia fu la piccola , facile vittoria dell’aggressore enormemente superiore all’avversario inerme, come Vittorio Veneto fu facile vittoria contro un avversario che - militarmente- non esisteva più. Politicamente Porta Pia fu semplicemente l’ultimo episodio della costruzione violenta ed artificiale del Regno d’Italia. Tutto il resto è chincaglieria retorica. Le belle frasi Terza Roma sono completamente vuote di senso.

Roma è città imperiale e città papale: in ciò sta la sua grandezza universale. La “Terza Roma” non è che una sporca città di provincia, un sordido nido di travetti, di albergatori, di bagascie e di parassiti. Mentre le due fasi della storia di Roma,

l’imperiale e la papale, hanno lasciato traccia immortale, la breve parentesi dell’occupazione sabauda lascia, unica traccia di sé, il Palazzo di Giustizia, statue di gesso e grottesche imitazioni decorative: nato tra lo scandalo dei fornitori ladri e dei deputati patrioti corrotti, esso è degno di albergare la decadenza giuridica della società contemporanea. Per questo la questione romana non è risolta. Non potevano risolverla le cannonate del re di Savoia. La violenza militarista non può risolvere i problemi internazionali. E la questione romana è un problema internazionale...”


( Antonio Gramsci. L’Ordine Nuovo, Rassegna Settimanale di Cultura Socialista, 2 Ottobre 1920)