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Quanto è profondo il pozzo?


Vengo a conoscenza grazie a questo sito di un breve colloquio dove, ascoltandolo, si ha la strana impressione di star precipitando sempre più in fondo, là dove tutto è più buio.


Per questo mi chiedo ma questo pozzo l'avrà pur una fine, o no?


Mi verrebbe da ridere se non fosse che ho dimenticato dove ho messo la fune.


Parole/3



Come disse il “buon” Gustav le parole hanno un grandissimo potere, che se usate con “cura” possono non solo modificare un pensiero ma crearlo e incanalarlo in una determinata direzione, va da sè che questo potere bisogna saperlo maneggiare, non è una cosa che si improvisa di certo ( o si?) e per questo che apprendisti stregoni, moderni e non, studiano giorno e forse pure la notte come cambiare le carte in tavola, per usare un termine leggero.

Le guerre sono un esempio abbastanza logicamente lampante, e non fa eccezione alcuna, e ci mancherebbe, lo sterminio palestinese, trasformato in conflitto per la soppravivenza dell’unica democrazia mediorientale. Uno dei strumenti di difesa contro questa manipolazione dei cuori e delle menti, come dice il buon Santa (e non solo), è riuscire a capire come si propaga il male e quale mezzi usa e predilige, e sicuramente un buon mezzo di propagazione di questa incessante propaganda moderna è il linguaggio. Le parole.

Probabilmente ha ragione il vecchio Galeano quando dice che siamo abituati ad ascoltare e ripetere la voce del sucesso (ovvero del potere).

Questo è un articolo apparso in Le monde diplomatique del marzo del 2007 che offre un esempio di come il linguaggio dell’informazione possa essere falsato.



Le parole falsate del Medioriente


di Joris Luyendijk *


Capire il cosa, il dove, il quando, il chi e il come, poi ascoltare ogni parte in causa sul perché, badando a separare adeguatamente il fatto dall'opinione... Non è da tutto ciò che si riconoscono i giornali di qualità? E cosa promettono gli spot promozionali della Cnn, Fox News o Al Jazeera, se non l'obbiettività? «We report, you decide»: noi riportiamo i fatti, a voi decidere. Eppure, dopo aver lavorato cinque anni come corrispondente in Medioriente, la mia conclusione è pessimista: i giornalisti occidentali non possono descrivere precisamente, e meno ancora obbiettivamente, il mondo arabo né il Medioriente.

Pur seguendo alla lettera le regole giornalistiche, dipingono un quadro profondamente deformato della regione. Il problema principale riguarda l'uso delle parole: quelle che impiegano i giornalisti non significano niente per il pubblico europeo o americano, o sono semplicemente distorte. I migliori esempi di questi termini sconosciuti sono le parole «occupazione» e «dittatura». Ignorare la natura d'una dittatura non è solo appannaggio degli intellettuali o del grande pubblico.

Quando ero corrispondente, ricevevo a volte dei rimproveri dal caporedattore: perché ottenere un visto per l'Iraq di Saddam Hussein richiedeva così tanto tempo? E perché non ero ancora andato in Libia? «Come, non c'è il visto? Insista!» E che dire della domanda fatta da un celebre giornalista di cronaca che cercava l'indirizzo dei servizi segreti giordani... O di quel contabile che voleva le ricevute di tutte le persone che avevo pagato durante il mio viaggio nell'Iraq dell'ex-dittatore...

Eppure, il caporedattore, il giornalista di cronaca o il contabile seguivano l'attualità da vicino. Leggevano i giornali e guardavano la televisione. Ma in quale momento questi giornali o queste televisioni spiegano cos'è veramente una dittatura? Il libro che ho pubblicato l'estate scorsa spiega la paura, la diffidenza, il lavaggio del cervello, la corruzione e la distruzione delle risorse personali, dell'amor proprio. L'editore si è impegnato personalmente e l'ha letto diverse volte. È tornato dalla Fiera del libro di Francoforte pieno di entusiasmo: aveva parlato del libro a un collega egiziano che era interessato; stavo per sfondare nel mondo arabo! Era radioso, fino al giorno in cui gli è stato spiegato che esisteva una contraddizione in termini: una dittatura può autorizzare la pubblicazione di un libro che ha proprio per tema l'odiosa natura di questa dittatura? Anche dopo aver digerito cento pagine dedicate alla cultura della paura sulla quale fanno leva gli stati polizieschi, la parola «dittatura» era rimasta, per lui, un concetto astratto.

La parola «occupazione» può essere a sua volta priva di senso per i lettori e i telespettatori occidentali? Un tale vuoto spiegherebbe perché si moltiplicano le pressioni sull'Autorità palestinese perché dia prova di «fare tutto il possibile contro la violenza» quando non si chiede quasi mai ai portavoce del governo israeliano se «fanno abbastanza contro l'occupazione». Nessuno dubita che in Occidente il cittadino sappia cos'è la minaccia terrorista, se non altro perché i responsabili politici glielo ricordano continuamente. Ma chi spiega al pubblico occidentale il terrore che si nasconde dietro la parola «occupazione»? Qualunque sia l'anno a cui ci si riferisce, il numero di civili palestinesi uccisi a causa dell'occupazione israeliana è almeno tre volte superiore a quello dei civili israeliani morti a seguito di attentati. Ma i corrispondenti e i commentatori occidentali, che evocano i «sanguinosi attentati suicidi», non parlano mai della «sanguinosa occupazione».

Se gli orrori quotidiani dell'occupazione israeliana restano largamente invisibili, l'«informazione» proveniente dalle dittature arriva invece ai giornali e alle televisioni occidentali. Si presenta allora un secondo problema: quando i giornalisti descrivono gli avvenimenti, impiegano il termine di democrazie. Usano parole come «parlamento» o «giudice», dicono il «presidente Moubarak» anziché il «dittatore Moubarak», e parlano del Partito nazional democratico quando non è né «democratico» né un «partito». Citano un accademico del mondo arabo, ma dimenticano di aggiungere che è controllato e sorvegliato dai servizi segreti. Quando sullo schermo televisivo appaiono dei giovani arrabbiati che bruciano una bandiera danese in uno stato poliziesco, chiamano tutto questo una «manifestazione» e non un'operazione mediatica.

Lo sconcertante è che i corrispondenti che si trovano in Medioriente sanno bene cosa significa un'occupazione e una dittatura. Lavorano e vivono nei paesi arabi e nei territori palestinesi, hanno degli amici, dei colleghi e dei familiari che non possono contare su nessuna regola di diritto. Questi amici, questi colleghi, queste famiglie non sono cittadini, ma sudditi quasi senza difesa, e lo sanno. Ma in che modo il pubblico occidentale potrebbe sapere, sapere davvero, come funziona un sistema simile? Come potrebbe quando il vocabolario fa pensare che le democrazie e gli stati polizieschi funzionino in modo quasi simile, con un parlamento, un presidente e, persino, delle «elezioni»?

Il «falco» israeliano, il palestinese «estremista» Certe parole non dicono niente ai cittadini comuni. Altre evocano cose diverse da quello che si è voluto dire. Parole intrinsecamente fuorvianti: qualche minuto di zapping sui canali satellitari basta a dimostrarlo. Dobbiamo dire «Israele», l'«entità sionista», la «Palestina occupata»? «Intifada», «nuovo Olocausto» o «lotta d'indipendenza» ? Questo lembo di terra è «contestato» od «occupato», e deve essere «dato» oppure «reso»? È una «concessione» quando Israele rispetta un impegno preso che figura in un trattato che ha firmato? Sono definibili «negoziati» quelli tra israeliani e palestinesi, e in tal caso, qual è il margine di manovra dei palestinesi sapendo che il termine «negoziato» implica concessioni reciproche tra due parti più o meno uguali? Non ci sono parole neutre. Quale vocabolario adottare, allora? Mica facile scrivere un'agenzia di questo tipo: «Oggi in Giudea e Samaria/nei territori palestinesi /nei territori occupati /nei territori contesi /nei territori liberati/, tre palestinesi innocenti /terroristi musulmani/ sono stati eliminati preventivamente /brutalmente assassinati/uccisi dal nemico sionista/dalle truppe d'occupazione israeliane /dalle forze di difesa israeliane». O, sull'Iraq: «Oggi, i crociati sionisti/truppe d'occupazione americane /forze della coalizione hanno attaccato le basi della resistenza musulmana /dei terroristi/delle cellule terroriste».

La cultura occidentale è ottimista: quando mettete a fuoco un problema, siete pregati di proporre contemporaneamente una soluzione. Ma come uscire da questo bailamme linguistico, salvo forse riconoscere più apertamente il partito preso e i filtri inevitabili di ogni lavoro giornalistico, e mettere fine all'inganno degli slogan, frutto del marketing? Noi riportiamo i fatti, a voi decidere, d'accordo. Ma noi decidiamo cosa dovete vedere e come. Tuttavia, c'è una categoria di parole per le quali i media occidentali potrebbero fare meglio.

Perché un ebreo che reclama la terra che gli è stata donata da Dio è un «ultranazionalista», mentre un musulmano che fa lo stesso ragionamento è un «fondamentalista»? Perché un dittatore arabo che sceglie una politica diversa da quella degli occidentali è «antioccidentale», mentre questa etichetta non viene mai applicata nell'altro senso?
Immaginiamo un leader americano definito «radicalmente antiarabo»?
Un responsabile politico israeliano che crede che solo la violenza può proteggere il suo popolo è chiamato un «falco». Si è mai sentito parlare di un «falco» palestinese? No, è un «estremista» o un «terrorista».
I responsabili israeliani che credono al dialogo sono «colombe».
Però, un palestinese che sceglie la stessa strada è definito «moderato» ciò che lascia intendere che, malgrado la violenza alberghi nel cuore di ogni palestinese, quello è arrivato, sia ringraziato Allah, a «moderare» la sua natura profonda. E mentre Hamas «odia» Israele, nessun partito o leader israeliano ha mai «odiato» i palestinesi, neanche quando i suoi dirigenti approfittano del loro ruolo governativo per predicare le espulsioni. A meno che non si tratti di «pulizia etnica»? O di un «trasloco involontario»? O di un «trasferimento»?

note:
* Giornalista olandese, autore di Presque humains.
Images du Proche-Orient (in olandese, Podium, Amsterdam, 2006).


Parole/2




Ti dò la mia parola. Qualcosa più del nulla

Come i re di denaro,politica e guerra parlano la lingua biforcuta del sucesso


Eduardo galeano


1 la parola e il crimine


Nel 1995 la american psychiatric association pubblico un rapporto sulla patologia criminale. Qual è, secondo gli esperti, il tratto più tipico dei delinquenti comuni? La propensione alla menzogna. Così, volendo fare il ritratto del tipico malavitoso, gli psichiatri nordamericani disegnarono l’identikit degli uomini più potenti del mondo.

In un altro rapporto, pubblicato mezzo secolo prima, la stessa associazione di psichiatri aveva diagnosticato che i

delinquenti comuni mostravano "un’incapacità cronica ad imparare dall’esperienza". Adesso, è sotto gli occhi di tutti: i ladri di galline e gli accoltellatori di periferia imparano dall’esperienza di sucesso dei re del denaro, della politica e della guerra. Lassù, sulle cime, la propensione alla menzogna "è una tradizione millenaria e un’abitudine quotidiana". E dal vertice della società si irradia questa lezione universale: chi non mente, è fottuto.


2 la parola e la guerra


Per un paradosso del progresso tecnologico, ogni giorno che passa siamo più informati e più manipolati. Dopo le due

guerre contro l’iraq,che continua a subire le bombe, è stata la volta della Yugoslavia: un’altra spinta alla macchina che vende armi e finge prestiti.

Per scaricare il suo diluvio di missili sulla Yugoslavia, il dispotismo militare si inventò una "missione umanitaria".

L’anima sensibile delle potenze occidentali non poteva sopportare la "pulizia etnica" di milosevic contro gli albanesi del kosovo. La missione umanitaria utilizzo tra l’altro, elicotteri chiamati apaches e missili chiamati tomahawk. Apaches e tomahawk: due parole che hanno qualcosa a che vedere con la pulizia etnica, accaduta giustamente nel paese che annientò i suoi indigeni prima di mettersi a redimere il mondo.

Di fronte all’indifferenza o all’applauso di quasi tutta l’opinione pubblica internazionale, gli stati uniti e i loro alleati hanno appena celebrato un autodafé che ha dato alle fiamme al carta delle nazioni unite, la carta della fondazione di Vienna e gli accordi di Helsinki. Le grandi potenze dell’occidente avevano mentito firmando, con la mano, tutto quello che poi hanno cancellato con un colpo di mano.

Lo scrittore nordamericano john reed scrisse nel 1917: " le guerre crocifiggono la verità".


3 la parola e i banchieri


Quel john reed, lo scrittore era amico di pancho villa. Ottant’anni dopo, un altro john reed è l’amministratore delegato della citybank, e la citybank è amica di raùl salinas, il vorace fratello di chiunque fosse, fino a poco tempo fa, presidente del messico.

abbiamo la visione di Gargantua dice john reed, quello di adesso aspiriamo ad avere milioni di clienti. Un miliardi di amici”. Per queste faccende dell’amicizia, la citybank fece sparire cento milioni di dollari di raùl salinas,che provenivano dal traffico di droga.

Oggigiorno, la scomparsa di persone è una specialità militare, e i banchieri si occupano della scomparsa del denaro.

Nel numero 14 di dicembre ’98, la rivista time pubblico le conclusioni del congresso degli stati

uniti, che fece indagini su questa faccenda: la citybank organizzò il viaggio di cento milioni di narcodollari attraverso

cinque paesi, e aiutò don raùl a inventare imprese fantasma e nomi di fantasia, fino a che rimase in pista.

Secondo la rivista time, è improbabile che il management della citybank possa essere processato, perché la banca

sostiene che ignorava che il suo cliente potesse essere coinvolto inattività criminali”.

La citybank affermava inoltre che questo errore non autorizza a disconoscere i nostri sforzi nella lotta contro il riciclaggio del denaro sporco”. questo apostolato di onestà occupa il terzo posto nel novero delle banche private più potenti del mondo. Ovvero: la citybank è uno dei membri selezionati del governo planetario, che decide tutto, persino la frequenza delle piogge, nei paesi debitori


4 la parola e gli aiuti


Disgrazie della parola, impunità di coloro che la soffocano: il potere predica con l’esempio. Il potere non fa mai quello che dice, né dice quello che fa, né mantiene ciò che promette.

Nel 1974, i paesi avanzati s’impegnarono a destinare lo 0,7 % del loro prodotto interno lordo in aiuti ai cosidetti

paesi in via di sviluppo”, il che veniva ad essere una specie di minima compensazione di tutto ciò che gli tolgono.

Oggi un giuramento, domani un tradimento, come dice il tango: nel 1997 gli aiuti arrivarono allo 0,2%.

In quell’anno, la differenza fra le parole i fatti fu di 120 miliardi di dollari.

Secondo l’economista spagnolo Manuel Iglesia-Caruncho, la differenza fra quanto promesso e quanto dato, assommando solo gli ultimi dodici anni, sarebbe sufficiente per pagare tutto il debito estero del cosiddetto terzo mondo.


5 la parola e la pubblicità


Al giorno d’oggi, la pubblicità ha in custodia il dizionario del linguaggio universale. Se lei, la pubblicità, fosse pinocchio, il suo naso girerebbe intorno al mondo diverse volte.

cerchi la verità?”: la verità è nella birra heineken. ”lei deve apprezzare l’autenticità in tutte le sue forme”:

l’autenticità si trova nel fumo delle sigarette winston. Le scarpe sportive converse sono "solidali" e la nuova macchina fotografica canon si chiama ribelle”: “affinchè lei mostri ciò di cui è capace”.

Nel nuovo universo informatico, l’impresa oracle proclama la rivoluzione: “la rivoluzione è il nostro destino”. Microsoft invita all’eroismo: “possiamo essere eroi”. Apple propone la libertà: “pensi in modo diverso”.

Mangiando hamburger burger king, lei può manifestare il suo non conformismo: “a volte bisogna rompere le regole”.

La risposta è nelle carte di credito diner’s: “la risposta giusta in qualsiasi lingua”.

Le carte di credito visa affermano la personalità: ”io posso”. Le automobili rover permettono che lei esprima la sua potenza”, e l’impresa ford vorrebbe che la sua vita fosse fatta così benecome il suo ultimo modello. Non c’è amica

migliore della natura della compagnia petrolifera shell: “la nostra priorità è la protezione dell’ambiente”. I profumi

givenchy offronoeternità”; chi non sa che la scintilla della vitaaccende chi beve coca-cola? Se lei vuole

conoscere, fotocopie xerox, “per condividere il sapere”. per ogni evegnenza, deodoranti gillette: “perché tu ti senta

sicuro”.


6 la parola e la storia


Nel 1532 il conquistatore pizarro imprigionò l’inca atahualpa a cajamarca. Pizarro gli promise la libertà, se l’inca avesse riempito d’oro una grande stanza. L’oro arrivò, dai quattro punti cardinali dell’impero, e copri la stanza fino al soffitto.

Pizarro ordinò di uccidere il prigioniero.

Da allora, da quando le prime caravelle comparvero all’orizzonte, fino ai giorni nostri, la storia delle americhe è una storia di tradimento della parola: promesse non mantenute, patti rinnegati, documenti firmati e dimenticati, inganni,

imboscate.” ti do la mia parolasi continua a dire, ma pochi sono coloro che danno con la parola qualcosa più del

nulla.

Non bisognerà forse imparare, come in tante altre cose, dai perdenti? I primi abitanti delle americhe sconfitti dalla

polvere da sparo, dai virus e dai batteri e anche dalla menzogna, condividevano la certezza che la parola fosse sacra, e molti dei sopravissuti continuano a crederci: “dicono che noi non abbiamo grandi monumenti dice un indigeno

mapuche, nel sud del Cile -. Per noi la parola continua ad essere il grande monumento”.

Nella lingua guarnì, ne’e significa animae anche parola”: “la parola vale dice un indigeno avà-guaranì, in

Paraguay perché è la nostra anima. Non abbiamo bisogno di su un foglio di carta, affinché ci credano”.

Le culture americane più americane di tutte furono squalificate, da sconfitte, come ignoranti. Perlopiù non avevano scrittura. L’illiade e l’odissea, le opere fondamentali di quella che chiamano cultura occidentale, erano anch’esse state create per una società senza scrittura, e le loro parole volano ogni giorno sempre più in alto. Orale o scritta la parola può essere strumento di potere o ponte d’incontro.

La squalifica aveva, e ha ancora, un’altra ragione più concreta, siamo allenati ad ascoltare e ripetere le voci del sucesso.


Per parlare delle voci del sucesso, vale la pena di menzionare l’importanza che la parola, una sola parola, ha avuto nel corso del recente processo contro i militari che perpetrarono la strage contro la comunità indigena di Xamàn in

Guatemala. La carneficina ebbe luogo nel 1995, già nel periodo che chiamano democratico, e c’erano un mucchio di prove che incriminavo gli assassini; ma la faccenda rimase lettera morta.


La segretaria che trascrisse l’atto processuale aveva commesso un errore di ortografia nella qualificazione penale: scrisse “esecusione exstragiudiziale”. Gli avvocati dell’esercito sostennero che quel delitto, scritto cosi, “esecusione”, non esiste. Il magistrato protestò: fu minacciato di morte, e andò in esilio.


Non è che siamo la naturale (o artificiale ) cassa di risonanza di individui sociopatici?


Parole


Dopo settimane di assenza, la Tortuga ha deciso nuovamente di rifarsi viva e tediare fino alla stremo tutti quelli che passeranno da queste parti con le sue teorie. Nei giorni passati tra le altre cose si ha avuto la notizia delle schedature delle impronte digitali con relative polemiche, giustamente. A questo proposito la nostra Tortuga sembra che abbia perso la ragione per quanto starnazza ai quattro venti la sua contrarietà, cosa che a quanto pare poco importa a chi gli sta intorno, facendogli aumentare visibilmente la pazzia a un livello di pericolo. Proprio questo livello di follia non più controllata la Tortuga, afferma che un'altra faccenda merita la sua attenzione, e non solo la sua, quell'attenzione che fino ad ora non gli ha concesso. Ovvero il linguaggio. Il linguaggio e il suo rapporto con il potere e la capacità di quest'ultimo di servirsene. Ovviamente diverse persone se ne sono occupate prima e senz'altro meglio di lei.

Ipotesi di Sapir - Whorf

L' Ipotesi di Sapir-Whorf , altresì conosciuta come ipotesi della relatività linguistica, afferma che la categorizzazione linguistica non è solo frutto del nostro modo di organizzare l'esperienza, ma ne è, al contempo, la discriminante: chi "conosce" linguisticamente il mondo in un certo modo ne sarà influenzato di conseguenza, ovvero il modo di esprimersi influenza il modo di pensare.[...]


In linguistica, l'Ipotesi di Sapir-Whorf (SWH) sostiene l'esistenza di relazioni sistematiche tra categorie grammaticali della lingua parlata da una persona ed il modo in cui quella persona capisce il mondo e si comporta al suo interno. Sebbene sia conosciuta come ipotesi, si trattava piuttosto di un assioma che sottendeva il lavoro del linguista e antropologo Edward Sapir e del suo collega e allievo Benjamin Whorf L'origine dell'ipotesi di Sapir-Whorf come esame più rigoroso di questa percezione culturale familiare può essere fatto risalire al lavoro di
Franz Boas, il fondatore dell'antropologia negli Stati Uniti. [...] Sapir fu uno degli studenti più brillanti di Boas. Proseguì lo studio di Boas notando che le lingue sono sistemi sistematici e formalmente completi. Perciò, non era questa o quella particolare parola che esprimeva un particolare modo di pensare o di comportarsi, ma la natura coerente e sistematica della lingua interagiva ad un livello più ampio con il pensiero e il comportamento. Mentre i suoi punti di vista cambiarono nel tempo, sembra che verso la fine della sua vita Sapir arrivò a credere che la lingua non rispecchiava meramente la cultura e le azioni abituali, ma che la lingua e il pensiero potessero in effetti essere in un rapporto di influenza reciproca o forse persino di determinazione reciproca........

Si tratta senz'altro di una teoria come altre, ma...

Studiando l'immaginazione delle folle, abbiamo visto che le folle sono impressionate specialmente dalle immagini. Se non sempre si dispone di queste immagini, si può evocarle adoperando con giudizio parole e formule. Adoperate con arte, possiedono davvero il misterioso potere che, un tempo, loro attribuivano quelli che si intendevano di magia. Provocano nell'anima delle moltitudini le più terribili tempeste, e sanno anche calmarle. Si potrebbe innalzare una piramide più alta di quella di Cheope soltanto con le ossa delle vittime del potere delle parole e delle formule.

Il potere delle parole é legato alle immagini che evocano, e completamente indipendente dal loro reale significato. Talvolta le parole più mal definite, sono quelle che fanno più impressione. Come, ad esempio, le parole: democrazia, socialismo, eguaglianza, libertà, ecc. il cui senso é così vago che non basterebbero dei grossi volumi a precisarlo. E tuttavia alle loro sillabe è unito un magico potere, come se contenessero la soluzione di tutti i problemi. Queste parole sintetizzano diverse aspirazioni incoscienti e la speranza della loro realizzazione.
[...] Se si considera una determinata lingua, si vede che le parole di cui si compone si modificano assai lentamente col passare del tempo; mentre le immagini che esse evocano o il senso che vien loro dato, cambiano continuamente. Per questo, in un'altra mia opera, sono arrivato alla conclusione che la traduzione esatta di una lingua, soprattutto quando si tratta di popoli morti, è impossibile. Che cosa facciamo in realtà, sostituendo un termine francese a uno latino, greco o sanscrito, oppure quando cerchiamo di capire un libro scritto nella nostra lingua di qualche secolo prima ? Sostituiamo semplicemente le immagini e le idee che la vita moderna ha suscitato nella nostra mente, alle nozioni e alle immagini completamente diverse che la vita antica aveva fatto nascere nell'anima dei popoli che vivevano una vita che non ha analogia con la nostra. [...]

Le parole non hanno dunque che significati mutevoli e passeggeri, che cambiano da un'epoca all'altra, e da un popolo all'altro. Quando vogliamo operare con esse sulla folla, bisogna sapere il senso che hanno per essa in un dato momento, e non quello che esse ebbero una volta o che possono avere per individui di costituzione mentale diversa. Le parole vivono come le idee.

“La psicologia delle folle” Gustav Le Bon


Certo quelle due righe di Le Bon sono assai datate, ma ci dice che le parole hanno un bel potere .Ora s'immagini,con immane sforzo, me ne rendo conto, di vivere in un mondo dove esistono mezzi di comunicazione di massa mai vista prima, dove televisione radio internet, schermi giganti, parlano 24 ore su ventiquattro, ripetendo all'infinito la voce del potere.... questo sì, sarebbe un bel vedere...

Dedica




Dedicato a tutti i Roberto Maroni...



Trent'anni fa ho fatto un sogno che riassume l'intero significato della mia esistenza. Finora non l'avevo mai raccontato. [...]

è appena atterrato un enorme aereo e io, nella mia qualità di capo dell'aeroporto,devo effettuare il controllo dei passaporti.

Davanti a me ci sono tutti i passegeri dell'aereo, in attesa. All'improvviso vedo una strana figura, un vecchio cinese dall'aria antica, vestito di stracci ma dall'aspetto regale, che emanava un tanfo terribile. Aspetta di poter entrare.

Si ferma davanti a me senza dire una parola. Non mi guarda nemmeno, è totalmente assorbito da se stesso.

Guardo la targhetta che ho sulla scrivania sulla quale sono scritti il mio nome e la qualifica, il che dimostra che qui comando io. Ma non so cosa fare. Ho paura di farlo passare perchè è molto diverso, e poi non lo capisco.

Temo fortemente che, se lo lascerò passare, sconvolgerà la mia tranquilla esistenza. Ricorro allora a una scusa che è una bugia che mette a nudo la mia debolezza. Mento come farebbe un bambino. Non riesco a decidermi ad assumere le mie responsabilità.

Dico: " Vede, non ne ho il potere. In realtà non sono io che comando qui. Devo chiedere ad altri."
Chino il capo per la vergogna, dico: " Attenda qui, torno subito."

Mi allontano per prendere una decisione, ma non decido nulla. Indugio e continuo a chiedermi se al mio ritorno lui ci sarà ancora. Ciò che mi paralizza è che non so se ho più paura che lui ci sia ancora oppure che non ci sia più.

Sono trent'anni che ci sto pensando. Ho capito molto bene che c'era qualcosa che non andava nel mio naso, non nel suo odore, eppure non sono mai riuscito a persuadermi a tornare indietro e a lasciarlo passare, oppure a cercare di scoprire se mi aspetta ancora.

Federico Fellini.


Controllo Mentale/2


Seconda parte


Alexander Cockburn, Jeffrey St. Clair – Il libro nero della polvere bianca – Nuovi Mondi Media



Anche se il Bluebird aveva preso il via nella divisione della sicurezza della CIA, un contrattempo verificatosi presso la stazione dell'agenzia a Francoforte in Germania, causò il definitivo trasferimento di questi ricercatori al settore di pertinenza delle operazioni segrete e nella mani del dottor Gottlieb.


Gottlieb, rifornito con un budget di 300.000 dollari da Allen Dulles, iniziò ad appaltare la ricerche a personaggi quali Harold Abramson, che ricevette 85.000 dollari. La sua proposta di studio presentata per ottenere la soccenzione prevedeva sei aree di indagine: disturbo della memoria, discredito tramite comportamento aberrante, alterazione dei modelli sessuali, estorsione di informazioni, suggestionabilità e creazione della dipendenza.


Un'altro dei primi a ricevere il denaro da Gottlieb fu il dottor Harris Isbell, che gestiva il Center for Addiction Research di Lexington in Kentucky. Per il centro di Isbell passò un cospicuo gruppo di cavie umane coatte, in particolare eroinomani neri che affluivano continuamente presso il suo istituto.


[...] Forse i più vili esperimenti in Kentucky si verificarono quando Isbell diede l'LSD a sette uomini eroinomani per settantasette giorni di fila. Nelle annotazioni di ricerca del medico si legge “doppio”, “triplo”. “quadruplo”, man mano che aumentava le dosi. Sottolineando l'apparente tolleranza dei soggetti a questo incredibile regime di somministrazione di acido lisergico, Isbell spiegò in toni agghiaccianti che “ci si debe aspettare questo tipo di comportamento in pazienti del genere”.


In un altro macrabo esperimento che ricordava in maniera molto sinistra quelli dei medici nazistia Dachau, Isbell fece legare nove uomini neri a dei tavoli, iniettò loro della psilocibina, fece inserire dei termometri rettali, punto delle luci direttamente nei loro occhi per misurare la dilatazione delle pupille, quindi li fece colpire ripetutamente alle articolazioni per verificarne le reazioni neurali.


Il denaro che finanziava la ricerca di Isbell proveniva dalla CIA, tramite il National Institutes of Health.


Il dottore ebbe anche un ruolo centrale di intermediario, per conto dell'agenzia, quando fu necessario procurarsi rifornimenti di narcotici e allucinogeni dalle società farmaceutiche. Langley aveva due preoccupazioni principali: acquisire scorte e nuovi preparati galenici e imporre il veto sulla vendita di tali materiali al blocco dell'est.


[...] Langley contribuì al sostegno finanziario della Eli Lilly, che stava tentando a sua volta di sintettizzare l'LSD. La Lilly, società farmaceutica di Indianapolis, riuscì a portare a termine con successo il suo tentativo nel 1954. Gottlieb inneggiò a tale trionfo come a una grande conquista che avrebbe permesso alla CIA di comprare la droga a “tonnellate”.


Quantità del genere non eravo ovviamente necessarie per condurre gli interrogatori: l'obbiettivo di Gottlieb era invece quello di avere la potenzialità di rendere inagibili grandi popolazioni ed eserciti.


I progetti MK-ULTRA non si limitarono alla ricerca sugli adulti. La CIA sovvenzionò una ricerca al Children's International Summer Village, il cui obbiettivoera studiare in che modo potevano comunicare bambini che parlavano lingue diverse. Tuttavia i documenti dell'agenzia rivelarono che un'ulteriore motivazione di tale ricerca era l'identificazione di promettenti giovani agenti stranieri.


Anche la ben nota psicologa Loretta Bender fu tra i beneficiari dei fondi MK-ULTRA. L'autrice del Bender Gestalt Test si servì del suo denaro CIA per somministrare allucinogeni, compreso LSD, a bambini di età compresa tra i sette e gli undici anni. Molti di questi vennero sottoposti a tale regime per settimane intere alla volta. In due casi i “trattamenti” della dottoressa Bender durarono, a intermittenza, per più di un anno.


La CIA fornì consistenti sovvenzioni all'Università dell'Oklaoma, sede in cui operava il dottor Louis “Jolly” West. In seguito sarebbe passato al progetto “Violence” alla UCLA, dove lui e il dottor James Hamilton effettuarono ricerche psicologiche che riguardavano l'alterazione del comportamento su detenuti della prigione di stato di Vanaville, nella California settentrionale.[...]


Senza dubbio una delle più nefande ricerche condotte tra i progetti MK-UTRA fu la cosidetta “destrutturazione” portata avanti dallo psicologo di origine scozzese D. Ewen Cameron. Questo medico non viveva certo nell'ombra: era uno degli psichiatri più stimati del suo tempo, che presiedeva sia l'American Psychiatric Association sia la World Psychiatric Association.


Faceva parte di numerosi consigli direttivi e collaborava a dozzine di giornali; vantava anche un lungo rapporto con le agenzie statunitensi dei servizi segreti, risalente alla seconda guerra mondiale, dato che era stato portato a Norimberga da Allen Dulles perchè fornisse una valutazione dei criminali di guerra nazisti, in particolare di Rudolph Hess.


Dopo la guerra Cameron sviluppò una sorta di ossessione per la schizofrenia. Era convinto di poter curare tale malattia inducendo, per prima cosa, uno stato di totale amnesia nei suoi pazienti, quindi riprogrammando la loro coscienza attraverso un processo che definì di “conduzione psichica”. La sede in cui Cameron conduceva le sue operazioni era l'Allen Memorial Institute della McGill University, a Montreal.


All'inizio degli anni '50, il lavoro dello psichiatra godette del generoso appoggio della Fondazione Rockefeller quindi, nel 1957, Cameron trovò una nuova fonte di denaro, cioè i conti correnti dell'MK-ULTRA di Gottlieb. Nel corso dei quattro anni sucessivi, la CIA diede a Cameron più di 60.000 dollari per il suo lavoro sull'alterazione della coscienza e il controllo della mente.


Servendosi dei fondi dell'agenzia e di Rockefeller, Cameron fu un pioniere della ricerca sull'uso delle tecniche di deprivazione sensoriale.Cameron si servì di una grande varietà di droghe esotiche per i suoi pazienti, una volta arrivando a somministrare di nascosto LSD a una donna ignara per quattordici volte, nell'arco di due mesi.


Indagò snche possibili effetti benefici della paralisi, indotta in alcuni suoi pazienti mediante iniezioni di curaro. La lobotomia era un altro campo di immenso interesse per il dottor Cameron, che dava istruzioni ai suoi psicochirurghi di effetuare le operazioni usando solo blandi anestetici locali: voleva che i pazienti fossero svegli, in modo da poter registrare in maniera particolareggiata i mutamenti nel loro stato di coscienza man mano che la lama del bisturi incideva il lobo frontale.


Nulla faceva maggiormente piacere a Cameron dell'uso dell' elettroshock, che egli riteneva potesse “ripulire la mente”, permettendogli di depurare i suoi pazienti dalla loro malattia. A tale scopo elaborò un trattamento atroce. Per prima cosa , costringeva i suoipazienti q un periodo di sonno prolungato iniettando loro una miscela quotidiana di Thorazina, Nembutal e Seconal.


Mediante iniezioni di anfetamine, li svegliava poi improvvisamente tre volte al giorno per costringerli a subire terribili sedute di elettroshock con voltaggio quaranta volte più intenso di quello considerato sicuro e terapeutico all'epoca.


Questo trattamento poteva talvolta durare da due mesi e mezzo a tre mesi. Quindi Cameron iniziava il suo esperimento di “conduzione psichica”. Questo inusuale tentativo di condizionamento del comportamento consisteva in una sorta di assalto verbale cui i pazienti venivano sottoposti, mediante nastri che ripetevano continuamente gli stessi messaggi per sedici ore al giorno; l'autoparlante veniva spesso nascosto sotto un cuscino de era stato predisposto per trasmettere messaggi subliminalmente, mentre il paziente dormiva.


Questi esperimenti furono condotti su più di 150 individui, uno dei quali era Robert Longuey. Questi venne mandato da Cameron dal suo medico di famiglia, il quale riteneva che il dolore persistente alla gamba accusato da Longuey fosse di natura psicosomatica. Il paziente venne debitamente diagnosticato come schizzofrenico dallo psichiatra, che lo rese inmediatamente disponibile come cavia umana per i suoi progetti CIA.


Longuey ricordache uno dei messaggi negativi che Cameron insinuò nella sua camera per ventitrè giorni di fila era: “tu hai ucciso tua madre. Tu hai ucciso tua madre”. Quando il paziente tornò a casa, fu sconvolto nell'apprendere che sua madre era viva e stava apparentemente bene.


[...] Cameron venne sollevato dal suo incarico all'Allen Memorial nel 1964 e morì per un attacco di cuore nel 1967 all'età di sessantasei anni. Tuttavia, questo non concluse la vicenda.


Dopo che il programma MK-ULTRA venne smascherato alcune vittime di Cameron fecero causa alla CIA. L'agenzia alla fine accettò di giungere ad un pattegiamento, pagando 750.000 dollari, ma continua a dichiarare di non essere responsabile delle azioni dello psichiatra.


Anche gli antrologi vennero coinvolti nella'apparato dell'MK-ULTRA. A Richard Prince venne dato denaro della CIA per condurre ricerche su “medicina popolare e guarigioni miracolose” presso la tribù degli Yoruba, in Nigeria.


Margaret Mead fece parte, insieme a Ewen Cameron, del comitato scentifico responsabile di una pubblicazione finanziata dalla CIA, chiamata “ Research in Mental Health Newsletter”, in cui si discuteva il possibile uso di droghe psichedeliche per indurre e curare la schizzofrenia.


All'ex marito della Mead, l'antropologo medico Gregory Bateson, venne data dell'LSD( fornita dalla CIA) da Harold Ambramson, a sua volta, en diede un pò a un suo amico, il poeta beat Allen Ginsberg, e fu sempre la riserva segreta dell'LSD di Bateson che in seguito finì negli esperimenti condotti su stedenti volontari dal dottor Leo Hollister.


Uno dei soggetti in questione era un giovane studente di scrittura creativa a Stanford, Ken Kesey, che sarebbe diventato il principale fautore del consumo di droga nella controcultura degli anni '60.


Il racconto continua, ma si preferisce chiuderla su queste ultime righe, che magari non significano nulla. Magari si.